La guerra infinita per spegnere la televisione pubblica

Il caso Santoro e le liti al Tg1 sono gli ultimi episodi di un conflitto in corso per il controllo dei canali di Stato, che in passato furono collante nazionale

Si moltiplicano gli attacchi alle trasmissioni sgradite che rischiano di chiudere, anche se presentano bilanci molto positivi

L’epurazione tocca soprattutto le notizie, evitate con cura dal tg di Minzolini. Che invece propina agli spettatori fatti irrilevanti

Di fronte alla rapida crescita della tv commerciale la Rai fece ben poco per distinguersi

I partiti si sbranano dentro la Rai, dietro le quinte, dividendosi (abiettamente) il potere televisivo

Arrampicarsi sui lampadari per andare “in” Rai?… Funzionari travet che si fingono di sinistra

CURZIO MALTESE - la Repubblica Sergio Segio • 27/5/2010 • Internazionale • 200 Viste

Sopravviverà  la Rai alle celebrazioni dei 150 anni d’Italia? In mancanza di soldi e di passione patriottica, con i presidenti dei comitati celebrativi che si dimettono uno dopo l’altro, il governo ha affidato come fosse un lavoro sporco alla sola tv di Stato l’onere e l’onore di festeggiare l’Unità  d’Italia. Fra pochi giorni il direttore generale Mauro Masi dovrebbe presentare i nuovi palinsesti. Ma nei corridoi di viale Mazzini, ancora di più negli androni del carcere speciale di Saxa Rubra, immersi in un clima da apocalisse aziendale, la missione trasfigura in una specie di fantomatica Azione Parallela di Musil. Più che celebrare una festa, si sta organizzando un funerale. Da quando è nata, nel gennaio del 1954, la televisione pubblica non aveva mai attraversato acque tanto agitate, e ne ha passate tante. Mai è parso così vicino l’obiettivo del piano di rinascita nazionale di Licio Gelli, la “dissoluzione” della Rai.

È un’aria di dissoluzione quella che si respira in questi giorni. Il direttore generale Mauro Masi, ex carabiniere paracadutista, guida con sicurezza una missione suicida, circondato da una pletora di dirigenti scelti sulla base di un rigoroso criterio antiprofessionale. Le ultime scelte di Masi sono state all’insegna di un autolesionismo ai limiti del grottesco. A cominciare dalla decisione di scendere dalla piattaforma Sky, per allearsi sul digitale terrestre con Mediaset, perdendo un pezzo di futuro e 300 milioni cash. In tempi di tagli ai magri stipendi degli insegnanti, di sacrifici chiesti ai precari, la più famosa azienda di Stato, di proprietà  del ministero dell’Economia, era disposta a sborsare dieci milioni a Michele Santoro per chiudere la trasmissione più redditizia dell’intero palinsesto, il baluardo di ascolti che impedisce la chiusura della fallimentare Raidue. L’accordo è ora saltato per la fretta dei cortigiani di annunciare al popolo dell’opposizione il tradimento di Santoro. L’ultimo annuncio di Masi è la volontà  di ridurre da quattro a una le serate di Parla con me di Serena Dandini, altro piccolo gioiello Rai nel rapporto fra costi e ricavi.

Ma il bersaglio principale dell’attacco è il cuore della tv di Stato, il Tg1. Dove prosegue l’epurazione dei giornalisti e dei volti simbolo, Maria Luisa Busi dopo Tiziana Ferrario. Ma soprattutto l’epurazione delle notizie. Non sono tanto gli editoriali di Augusto Minzolini, una specie di parodia di Fascisti su Marte, ad allarmare gli osservatori più attenti. Quanto la scomparsa dei fatti. Per metà  ormai il telegiornale di Minzolini si occupa, per citare una sola edizione, di «battaglie di cuscini in piazza», «gare di camion truccati coi motori di Formula Uno», «spazzole per rendere lisci i capelli ricci» e altre cianfrusaglie da rubriche della Settimana Enigmistica. «A quel punto del notiziario, gli spettatori sono stanchi» ha spiegato il direttore Minzolini. Stanchi di che cosa, di balle? O di essere trattati come adulti? «Più della faziosità  politica, è questa infantilizzazione degli adulti il vero segno dell’egemonia berlusconiana sul Tg1 e sulla Rai. Se passa, è l’assassinio dell’idea stessa di servizio pubblico» commenta Roberto Natale, storico capo del sindacato. Ed è un delitto perfetto, che si compie ogni giorno. Senza alcuna conseguenza, senza scandalo. Neppure dopo che sono uscite sui giornali le intercettazioni dell’inchiesta di Trani, dalle quali si evince tutta l’ossessione di Berlusconi per la distruzione della Rai.

Se c’è qualcosa che Silvio Berlusconi nella vita ha sempre odiato, ben più del comunismo, è la Rai. Anzi due, la Rai e la Costituzione, che in qualche modo identifica in un unico ostacolo ai suoi progetti piduisti e un’offesa alla propria ideologia arcitaliana. Nella Rai, che è di tutto e di più, come dice lo slogan, Berlusconi però ha sempre detestato soltanto il lato migliore, il servizio pubblico. I quiz e le canzonette li ha copiati. Ma ha detestato sempre Enzo Biagi e Andrea Barbato, il teatro di Eduardo e la lirica, le inchieste e i telefilm contro la mafia, il maestro Manzi di Non è mai troppo tardi e i film senza interruzioni pubblicitarie, gli sceneggiati da Tolstoj e Dostoevskij e la satira di Benigni o Guzzanti, i dirigenti intellettuali come Eco e Guglielmi e la serie dell’ispettore Maigret prodotta da Andrea Camilleri. Tutte le cose per cui la Rai è stata anche, fra mille porcate, un formidabile collante nazionale e una delle più grandi aziende culturali europee. Mentre l’impero Mediaset rimane, agli occhi del resto del mondo, il più classico esempio di “trash tv”. Non per caso la prima battaglia politica di Berlusconi, il laboratorio del partito azienda, la prova generale della discesa in campo a pochi mesi dalla nascita di Forza Italia, fu “Vietato Vietare”. Una gigantesca mobilitazione, di fatto, contro il “partito Rai”.

Ora il premier vuole vietare tutto al nemico di sempre. L’informazione, la fiction sulla mafia, la satira. Ad ascoltare le intercettazioni, il premier non pensa ad altro che alla tv, alla Rai, ai programmi e ai comici da vietare, troncare, sopire. Può sbagliare a volte nel citare i dati del Pil o del debito pubblico, ma di che cosa s’è detto l’altra notte dalla Dandini, dell’ultimo monologo di Luciana Littizzetto, della singola vignetta esibita da Vauro nel finale di Annozero, di tutto questo nulla sfugge al presidente del consiglio. Anni fa cercava ancora di conquistare i dissidenti, con la sua principale arma di seduzione, il danaro. Più qualche mazzo di rose e un contratto per Canale 5. Pare che un giorno Fedele Confalonieri gli abbia detto: «Silvio, la Rai ha tredicimila dipendenti, non è che li puoi comprare o assumere tutti». Da allora si è passati dal guanto di velluto al pugno di ferro. Ora siamo alla battaglia finale per il fortino di viale Mazzini. Sopravviverà  la Rai alle celebrazioni per l’Unità  d’Italia? E poi davvero, senza retorica, sopravviverebbe l’unità  d’Italia alla dissoluzione della Rai?

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