L’ultima battaglia di Bangkok ucciso un fotoreporter italiano

Polenghi è morto nell’assalto dell’esercito alle camicie rosse

Incidenti anche nel nord del Paese Coprifuoco nella capitale e in altre 22 province
Sgomberato all’alba il quartier generale dei ribelli Poi la rivolta dilaga: 15 morti
A fuoco il palazzo della Borsa, un centro commerciale e la sede di una tv

RAIMONDO BULTRINI - La Repubblica Sergio Segio • 20/5/2010 • Guerre, Armi & Terrorismi • 170 Viste

Presa tra due fuochi, Bangkok brucia. Prima il blitz delle forze armate nella roccaforte delle camicie rosse. Poi la risposta altrettanto violenta dei ribelli anti-governativi.
Scontri che hanno fatto della capitale tailandese un solo, grande campo di battaglia. Nel quale ha perso la vita anche un fotoreporter italiano, Fabio Polenghi, di 45 anni. In Thailandia da tre mesi, è stato colpito in una delle tante sparatorie che hanno insanguinato la città  dopo lo sgombero del quartier generale delle camicie rosse.
Il blitz finale contro i ribelli, nel cuore commerciale di Bangkok, era atteso da giorni, accompagnato dal timore di una strage di manifestanti. Così, all’alba di ieri, i carri armati hanno distrutto le barricate, e i soldati sono entrati dentro al perimetro della cittadella assediata costringendo le camicie rosse alla resa. Ma il sollievo per l’evacuazione incruenta degli ultimi 3.000 irriducibili ancora asserragliati nel distretto commerciale di Ratchaprasong è durato poco: appena il tempo che scoppiassero nuove, violente rivolte anti-governative.
Subito dopo l’operazione militare, infatti, una ventina di edifici, tra i quali quello della Borsa, della Compagnia elettrica, di Central World (uno dei più grandi centri commerciali di tutta l’Asia) e la sede di una televisione, sono stati saccheggiati e dati alle fiamme in diversi punti della capitale. L’esercito ha reagito con una furia inaudita. E anche il bilancio delle vittime, fino a quel momento miracolosamente fermo, è tornato a salire.
Nella guerra di Bangkok, ieri mattina, sono morte almeno sei persone. Tra loro c’era anche Fabio Polenghi: il fotografo milanese è stato colpito all’addome mentre cercava di documentare la rivolta di fronte alla sede della Croce Rossa di Sala Daeng, ucciso molto probabilmente da un proiettile dei soldati che sparavano all’impazzata mentre cercavano di riprendere il controllo della capitale. A nulla sono valsi i soccorsi, e un viaggio disperato a bordo di un motorino verso il più vicino ospedale.
Alcune ore più tardi, dal tempio buddhista che accoglie migliaia di evacuati dall’area “liberata”, è giunta notizia di altri morti: nove, secondo un’informazione non confermata riferita dai medici.
Nel frattempo, al calare della sera, è scattato il coprifuoco. E ai militari è stato dato ordine di sparare a vista contro ogni trasgressore. Lo stato d’assedio, per la prima volta, è stato esteso ad altre 22 provincie (nel Paese sono in tutto 76), dopo che la rivolta si è estesa anche in luoghi lontani dalla capitale: città  importanti del Nord come Chiang Mai, Udon Thani e Khon Kaen, mentre a Ubon Ratchathani uno squadrone di soldati è stato costretto a fuggire dopo essere stato attaccato dalla folla. È il segno che la prospettiva di una guerra civile non è affatto scongiurata, nonostante l’ottimismo del portavoce governativo apparso in tv per dire che la situazione è ormai «sotto controllo».
Nel quadrilatero occupato dalle camicie rosse pianti e grida di disperazione avevano accolto nella tarda mattinata di ieri l’annuncio dei leader della rivolta che – prima di consegnarsi alle forze dell’ordine – avevano invitato tutti a tornarsene a casa. «Non possiamo assistere all’uccisione di altri fratelli e sorelle», aveva detto Nattawut Saikua, uno degli strateghi delle camicie rosse fedeli al corrotto ex premier miliardario Thaksin Shinawatra. A sua volta in lacrime, Nattawut aveva aggiunto che «la lotta per la democrazia» non è comunque finita, e che continuerà  finché non saranno concesse nuove elezioni per sostituire l’attuale governo, considerato illegittimo.
La rivolta è scoppiata poco dopo la resa, quando le famigerate e misteriose camicie nere – che rappresentano l’ala militare del movimento – davano alle fiamme i dieci piani del Central World, mandandolo completamente in fumo. Gli scontri intanto si estendevano lungo la Rama IV, all’altezza dei ghetti di Kloen Toi e Bon Kai, sotto la Torre di Lumpini, che ospita numerose società  finanziarie, all’incrocio di Sala Daeng e a Ding Daeng, diversi chilometri più a nord. Qui un nuovo gruppo di irriducibili ha preso nettamente le distanze dai leader che si sono arresi a Ratchaprasong.
Il bollettino di guerra è lungo e comprende anche molte voci incontrollate. Come quella secondo la quale parecchie centinaia di “guerrieri” addestrati dall’ex generale ribelle Khattyia Seh Deng, ucciso la settimana scorsa da un cecchino, starebbero per raggiungere la capitale con l’intenzione di dare man forte all’ala dura che non ha accettato la capitolazione.

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