«Foxconn», la fabbrica dei suicidi scuote Pechino

PECHINO
Neanche l’autrice lo avrebbe immaginato, o forse sì. Qualche tempo fa è uscito un libro in Cina, dal titolo «Laureati fuori dalla tana del lupo, lavoratori dentro quella della volpe»: è la storia di tre anni di lavoro alla Foxconn, raccontata dal punto di vista di un’impiegata. Molti gli aspetti in comune con tutti quei lavoratori che dalla Foxconn se ne sono andati buttandosi giù da una finestra: i dipendenti sono appena laureati e «poveri di seconda generazione», così definiti in opposizione ai ricchi e ai politici di seconda generazione.
Dieci suicidi in poco tempo, l’ultimo, reso pubblico ieri, è avvenuto mercoledì notte. E dire che, a causa dei nove suicidi precedenti (e due falliti) proprio l’altro ieri Terry Gou, il grande capo dell’azienda, si era presentato sul luogo, a Shenzen, e aveva scortato i giornalisti a scoprire le magnificenze dell’azienda in cui avvenivano questi insoliti episodi. Foxconn, operai, condizioni di lavoro, pressione sociale, Cina.
L’azienda: la Honhai è un colosso taiwanese, produttore numero uno al mondo di tutti gli apparecchi usati nel campo delle comunicazioni, computer ed elettronica di consumo. La Foxconn è una delle sue otto controllate: tra i suoi clienti figurano marchi noti a tutti, tra cui Apple, Sony Ericsson, Nokia e Intel (Motorola). Tra i suoi azionisti ci sono anche Reuters e Yahoo! Creata nel 1974, oggi conta filiali in tutto il mondo e in Cina ha più di 800 mila tra operai, impiegati e dirigenti, di cui l’85% è rappresentato da giovani sotto i 30 anni, provenienti da tutte le province del paese. Il Longhua Science & Technology Park, questo il nome della sede di Shenzhen, è una cittadina di più 400 mila abitanti, con negozi, supermercati, palestre, ristoranti-mense e quant’altro potrebbe servire alla ricreazione e ai bisogni di chi ci vive e ci lavora. Un’azienda modello, per molti.
Una città  fabbrica, come tante in Cina, secondo altri. Le aziende che non hanno i dormitori sono spesso chiamate «società  materasso»: il posto per dormire viene ricavato sotto la scrivania. Nonostante negli anni la Foxconn abbia ricevuto molti riconoscimenti per i suoi successi economici, nella sua fabbrica a Shenzen le persone si suicidano. Nel luglio dello scorso anno, ad esempio, decise di uccidersi Sun Danyong: 25 anni, appena laureato presso il prestigioso Istituto Tecnologico di Harbin (si disse che il motivo del gesto sarebbe stata la scomparsa di un prototipo di un nuovo iPhone 4G). Prima di suicidarsi, Sun si era sfogato in chat con un ex collega, ed era stato esplicito: «La Foxconn – aveva scritto – è una corporazione, dove cani infami possono picchiarti, controllare il tuo telefono o addirittura arrivare a cercare te o i tuoi familiari a casa».
La Foxconn era già  stata oggetto di denunce per maltrattamenti e sfruttamento di manodopera, e nel 2006 i suoi vertici avevano citato in giudizio due giornalisti, per alcuni articoli che riportavano storie poco edificanti sull’azienda. Altri reportage, come iPod city, del Mirror Daily, avevano denunciato la situazione in cui vivono gli operai, trasformati in robot, con turni estenuanti e regole ferree da rispettare.
L’azienda da parte sua dice di averle provate tutte, compreso l’invio di monaci buddisti per prevenire i suicidi, mentre l’altro ieri è comparsa sul web una lettera, indirizzata ai colleghi della Foxconn, con contenuti in linea con quanto già  dichiarato dal portavoce cinese del gruppo, Liu Kun, ovvero: «L’azienda non ha responsabilità  sulle morti». Il documento – ai lavoratori è stato chiesto di firmarlo – è una dichiarazione con la quale gli operai promettono di rivolgersi ai centri di assistenza interni in caso di bisogno che, in caso di incidenti non causati dall’azienda (suicidio o danneggiamenti provocati da se stessi o altri), il lavoratore o la sua famiglia non avanzeranno richieste di indennizzo superiori a quelle stabilite per legge, né intraprenderanno azioni che potrebbero compromettere la reputazione dell’azienda o il processo di produzione.
Non mancano le teorie e le riflessioni on line, con i consueti giochi di parole dei cinesi. Foxconn, che in cinese suona come fushi kang, in alcuni post (i messaggi messi sui blog) è cambiato in fu si keng, letteralmente, «il tunnel della morte».


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