Manovra di tagli e licenziati a voce

Tremonti dice: «Sulla manovra nessuna decisione è stata presa e le decisioni che verranno prese saranno comunicate nelle forme appropriate». Ma è proprio così? Certo, la manovra non è stata ancora formalizzata in un decreto legge, perché questa sarà  la forma scelta per velocizzare l’approvazione parlamentare con le solite fiducie. Ma l’intelaiatura complessiva è già  delineata e le ipotesi sono alla verifica dei tecnici che devono quantificarne il gettito o i possibili risparmi. Intanto ieri in Senato si sono chiusi i termini per gli emendamenti al ddl lavoro: è stato cancellato l’«emendamento Damiano», che alla Camera aveva migliorato il pessimo testo del governo, reintroducendo così l’imposizione della scelta di un arbitro (anziché il giudice) al momento dell’assunzione. Inoltre, è stata reintrodotta la possibilità  di licenziare a voce i contrattisti a termine, cioè senza la forma scritta, anche se sono stati allungati i termini ( di un mese) per il ricorso.
Partiamo dalle cifre della manovra: nella «Relazione unificata» presentata una decina di giorni fa, il ministro dell’economia indicava in circa 25 miliardi la manovra complessiva per il 2011 e il 2012. Circa l’1,5% del Pil. Il tutto per poter rispettare gli impegni presi con la Ue per il contenimento del del deficit pubblico. Strada facendo, però, la manovra cresce di peso: oggi si parla di provvedimenti per almeno 28 miliardi. Perché? Anche se Tremonti nega, l’impressione è che alcune misure (per circa 4 miliardi) saranno anticipate al 2010. Ufficialmente per dare un segnale ai mercati, più banalmente perché i conti del 2010 non tornano: la spesa pubblica è salita, il Pil non decolla e le entrate fiscali battono la fiacca.
Ieri è stato reso noto uno studio di Krls Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it. che evidenzia come nei primi 4 mesi del 2010 l’imponibile evaso in Italia è cresciuto del 6,7%. «In termini di imposte sottratte all’erario siamo nell’ordine dei 156 miliardi di euro l’anno». Il tutto realizzato in 5 aree di evasione: economia sommersa, economia criminale, società  di capitali, big company, lavoratori autonomi e piccole imprese. «L’economia sommersa sottrae al fisco un imponibile di circa 135 miliardi di euro l’anno» e i lavoratori in nero sono circa 2,4 milioni, di cui 850 mila dipendenti che fanno il secondo o il terzo lavoro. L’evasione d’imposta complessiva si stima pari a 34 miliardi di euro.
Per l’economia criminale realizzata dalle grandi organizzazioni mafiose che, in almeno quattro regioni del Mezzogiorno, controllano buona parte del territorio, si stima che il giro di affari non contabilizzato si attesti sui 178 miliardi di euro l’anno, con un’imposta evasa di 63 miliardi. Per le società  di capitali, escluse le grandi imprese, l’81% circa dichiara redditi negativi (53%) o meno di 10 mila euro (28%). Su circa 800 mila società  di capitali operative, l’81% non versa le imposte dovute e si stima un’evasione fiscale attorno ai 18 miliardi di euro l’anno. Per le big company, una su tre ha chiuso il bilancio in perdita. Inoltre il 94% abusa del transfer pricing per spostare costi e ricavi tra le società  del gruppo trasferendo fittiziamente la tassazione nei paesi dove di fatto non vi sono controlli fiscali sottraendo al fisco italiano 31 miliardi di euro. Infine, i lavoratori autonomi e le piccole imprese sottraggono all’erario circa 10 miliardi l’anno.
Sull’evasione fiscale, sarebbero previsti addirittura premi per gli evasori, sotto forma di riapertura del concordato e una sanatoria per le abitazioni abusive (sarebbero circa 2 milioni che non hanno mai pagato un euro di urbanizzazione, Ici e imposta sui redditi). Brunetta ieri ha minimizzato: «Andiamo solo a caccia di sprechi». A una domanda sul possibile rinvio del rinnovo dei pubblici non è entrato nel merito. Ma invece sembra praticamente certo uno slittamento dei contratti, il blocco del turn over e – per i pensionati – la chiusura di alcune «finestre». È anche previsto uno slittamento (a 6 mesi) nel pagamento delle liquidazioni. Per i dipendenti privati, invece, sarà  eliminata la tassazione ridotta su premi di produttività  e straordinari.
Prevista la solita «razionalizzazione e chiusura di enti inutili», e nuovi giochi d’azzardo. E pure, sostiene Calderoli, una riduzione delle indennità  del 5% per chi ha incarichi pubblici. Altra misura allo studio l’aumento dell’Iva, ma secondo i tecnici potrebbe portare a un aumento dei prezzi, senza fruttare un gettito adeguato vista la spaventosa evasione fiscale. La cosa sicura è che «il governo non metterà  le mani nelle tasche degli italiani». Ma Berlusconi e i suoi ascari dimenticano di aggiungere: «degli italiani disonesti».
Passando al ddl lavoro, sono circa 100 gli emendamenti presentati ieri in Senato. Negativi quelli di Maurizio Castro (Pdl), che sull’arbitrato ha annullato di fatto la piccola vittoria che il Pd, con l’emendamento Damiano, aveva avuto qualche settimana fa alla Camera: Damiano aveva fatto restringere il campo dell’arbitrato, con la possibilità  del lavoratore di decidere volta per volta, in ogni singola vertenza, se accedere o meno al giudice o all’arbitro. Adesso torna in auge la regola che una volta firmato, all’atto dell’assunzione, si sceglie già  a priori e per sempre l’arbitro al posto del giudice (ma escluso il licenziamento, dunque l’articolo 18). Ritorna anche la possibilità  di licenziare chi ha contratti a termine senza forma scritta, ma si allungano i termini per presentare i ricorsi da 60 a 90 giorni.


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