Ora Obama rischia “Sarà  la sua Katrina”

Quello che all’inizio era solo un auspicio inconfessabile della destra – che il disastro petrolifero diventi la Katrina di Barack Obama – sta diventando un pericolo vero. Una Katrina al rallentatore, perché il bilancio delle vittime umane è l’un per cento della strage di New Orleans (1.500 morti per l’inondazione del 2005). Ma l’attuale disastro ambientale prolungherà  i suoi effetti per decenni. E il presidente avverte che rischia lui stesso di pagare un prezzo politico fatale.
Ora è da sinistra che gli piovono addosso le critiche più pesanti. Un allarme angosciato per l’assenza del governo viene dall’Huffington Post, la voce più autorevole nella blogosfera progressista: «È passato più di un mese dall’esplosione della piattaforma, il petrolio continua a fuoriuscire in mare come fosse il primo giorno. Perché Obama lascia che sia ancora la Bp a occuparsene?».
In questo mese è successo di tutto: annunci trionfalistici e poi rinvii a ripetizione per le operazioni d’intervento sottomarino alle origini della falla.
Feroci polemiche da tutto il mondo della scienza contro il tentativo dei petrolieri di occultare le vere dimensioni della chiazza. Fino all’ultimo scandalo, la scoperta agghiacciante fatta dall’Environmental Protection Agency (Epa): i 650.000 galloni di detergente liquido sparsi in mare dalla Bp per dissolvere la chiazza sono «un prodotto inquinante, pericoloso, altamente tossico». Scatta il divieto immediato di utilizzarlo. Intanto si è scoperto che la vera funzione di quel detergente non era di eliminare il greggio, bensì ridurlo in particelle così piccole da impedire la rilevazione delle vere dimensioni della marea nera. Perché da quella misura può dipendere il conto finale che i tribunali imporranno alla Bp. Sono in gioco miliardi, l’unica cosa che sembra contare per il business del Big Oil.
Di fronte al più grave disastro ambientale nella storia americana, è indignato dalla debolezza di Obama uno dei più celebri strateghi elettorali del partito democratico: James Carville, vicino ai Clinton, opinionista della Cnn, lui stesso originario della Louisiana. Carville denuncia: «È un’imperdonabile ingenuità  affidare le operazioni di contenimento e di pulizia della marea nera alla stessa Bp che è colpevole del disastro. Credono davvero che la Bp sia animata dalle migliori intenzioni? Qualcuno deve scuotere il nostro presidente dal torpore e dirgli la verità : la Bp può rovinarlo».
Obama in realtà  avverte questo pericolo. Lo ammette il suo portavoce Robert Gibbs: «Certo che ci sta creando dei problemi la mancanza di trasparenza della Bp. Il presidente degli Stati Uniti ordina di rendere pubbliche le immagini video in diretta del petrolio che fuoriesce dalla falla, e quelli aspettano dieci giorni prima di farlo». Gibbs aggiunge che «il presidente sta dicendo a tutti i suoi collaboratori di non risparmiare nessuno sforzo, proprio nessuno, per venirne fuori». Scosso dalle critiche, ieri Obama ha mandato sul posto tre membri del suo governo guidati dal ministro dell’Interno Ken Salazar. Ma il risultato ancora una volta è stato una cacofonìa di messaggi contraddittori. Salazar ha accusato la Bp «di non avere fatto il suo dovere fin dal primo giorno». Ha minacciato: «Se pensiamo che non siano all’altezza li toglieremo di mezzo e ci sostituiremo a loro». Per poi concludere però con una sorta di assoluzione: «Stanno facendo il possibile, questa è una missione mai tentata prima nella storia, siamo di fronte all’equivalente del disastro spaziale dell’Apollo 13». Posizioni ancora più controverse vengono dall’uomo in prima linea ad affrontare la catastrofe, l’ammiraglio della Coast Guard, Thad Allen. Quest’ultimo ieri ha gettato nello sconcerto le popolazioni del Golfo, dichiarando: «Ho fiducia nel chief executive della Bp». La guardia costiera ha impedito l’accesso alla marea nera a un esercito di volontari pronti ad aiutare, compresi i biologi che lavorano nei parchi naturali delle lagune. Il sospetto è che la Bp non voglia osservatori scomodi. Perché la Coast Guard sta dalla sua parte? L’ammiraglio Allen risponde a chi vorrebbe sostituire alle squadre Bp un intervento diretto dell’Amministrazione federale: «Non possiamo. La normativa varata dopo il naufragio della superpetroliera Exxon Valdez in Alaska, nel 1989, impone alla compagnia petrolifera di ripulire il disastro. A noi spetta un compito di supervisione».
Chris Matthews, un altro ex-stratega elettorale dei democratici, oggi anchorman della Msnbc, è di un sarcasmo feroce: «Obama si sta comportando di fronte a questa tragedia come se fosse un osservatore del Vaticano. Capisco che c’è dietro una logica politica spietata: nel momento in cui il governo ci dice che si assume la gestione diretta di tutte le operazioni, questa marea nera gli appartiene. Ma qualcuno deve pur farlo».
I paragoni con Katrina vengono respinti con sdegno dal portavoce della Casa Bianca Gibbs: «Sono insensati. In quel caso l’Amministrazione Bush fu assente e indifferente. Noi abbiamo reagito subito». Ma con che risultati? Fidandosi di Bp, si sono persi 30 giorni solo perché le autorità  federali creassero una loro squadra di esperti indipendenti per valutare l’ampiezza della chiazza. Che intanto avanza implacabile. E continua ad essere alimentata da quella fuoriuscita sotterranea. Per chiudere l’emorragìa letale che sta uccidendo il Golfo, ci manca solo che alla fine debbano arrivare davvero i tecnici iraniani.


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