Prove di guerra interetnica nella polveriera dell’Asia centrale

Due morti, forse tre, con decine di feriti e la proclamazione dello stato d’emergenza nella città  kirghiza di Jalalabad. Quello che più si temeva alla fine è accaduto: il conflitto politico apertosi ai primi di aprile con la cacciata del presidente Kurmanbek Bakiyev e da allora mai completamente sedato sta trasformandosi in un conflitto etnico sanguinoso e pericolosissimo per gli equilibri dell’intera regione centroasiatica.
A scontrarsi sono le comunità  kirghiza e uzbeka della regione di Jalalabad, nel sud del paese e già  parte della valle di Ferghana – un calderone di tensioni etniche e religiose diviso tra Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizstan, con frontiere che si insinuano tra un villaggio e l’altro: le due comunità , che nella zona di Jalalabad quasi si equivalgono numericamente, sono già  state protagoniste di scontri e pogrom furiosi nel 1990 (300 morti) e da allora non si sono mai realmente riconciliate. Oggi questa polveriera sembra esser stata deliberatamente accesa dai seguaci del presidente deposto Bakiyev, che nella regione e in genere nel sud del Kirghizstan ha la sua base di clan: sarebbero stati loro, martedì, ad inscenare una violenta manifestazione per chiedere l’arresto di un dirigente della comunità  uzbeka, Kadyrzhan Batyrov, reo (secondo loro) di volere la creazione di un «distretto autonomo uzbeko». Ieri i manifestanti sono tornati in piazza, dando l’assalto all’università  uzbeka diretta da Batyrov; dall’interno dell’edificio sarebbero partiti colpi d’arma da fuoco, e in breve si è sparato dappertutto, con incendi e saccheggi. Gruppi di 100-200 giovani di entrambe le comunità , armati di bastoni e coltelli, si mettevano a presidiare i rispettivi quartieri e i reparti delle forze speciali cercavano di ristabilire l’ordine. A fine giornata la città  era nel caos, il governo ha proclamato lo stato d’emergenza e il coprifuoco e sul terreno si contavano due morti (ma altre fonti parlano di almeno tre) e oltre settanta feriti.
Difficilissima la posizione del governo guidato da Roza Otumbayeva (che ieri è stata nominata presidente ad interim fino al 2011, annullando a causa delle perduranti violenze le elezioni previste per ottobre), che deve mantenersi neutrale tra una comunità  «straniera» ma favorevole alle nuove autorità  di Bishkek e la comunità  kirghiza locale, sì «nazionale» ma ostile al governo stesso. Il tutto con l’incubo che le violenze si allarghino in tutto il sud e sotto la minaccia militare del confinante Uzbekistan, il cui dittatore Islam Karimov ha più volte minacciato di intervenire in Kirghizstan – per «cacciare i terroristi islamici» che vi avrebbero rifugio (proprio tra la comunità  uzbeka, tra l’altro) ma senza perder d’occhio l’idea di qualche «rettifica» (a proprio vantaggio) delle frontiere.


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