Tagliamo la guerra non la spesa pubblica

La tragica morte dei due soldati italiani in Afghanistan ripropone con forza la questione del ritiro delle nostre truppe da una guerra sanguinosa che miete vittime tra la popolazione civile e tra soldati mandati in una missione sbagliata, inutile e spacciata falsamente come operazione di pace.

Giulio Marcon - il manifesto Sergio Segio • 19/5/2010 • Guerre, Armi & Terrorismi • 158 Viste

Ma la pace – oltre a non mandare più le persone a morire in guerra- ha bisogno di ben altro: di politiche coerenti e adeguate di prevenzione dei conflitti, di coperazione internazionale, di promozione dei diritti umani, di rafforzamento del ruolo delle Nazioni unite. Tutto quello che l’Italia non ha fatto negli ultimi anni. E ha bisogno -a maggior ragione in questi tempi di crisi- di disarmo e riduzione delle spese per le armi.
L’Italia ha un bilancio della difesa che supera i 20 miliardi di euro, spende (procapite) meno della Francia e della Gran Bretagna, ma più della Germania ed è saldamente nel G8 dei paesi della spesa militare nel mondo. Si è imbarcata nella costruzione di inutili portarerei (la Cavour, per quasi 2 miliardi di euro) e di 131 bombardieri F35 per la somma di 16 miliardi di euro: molti più soldi di quanto si spende per una finanziaria in tempi di crisi. Per non parlare di un mastodontico corpo delle Forze Armate di 180mila persone (in cui ufficiali e sottoufficiali sono più numerosi dei volontari di truppa: cioè i comandanti sono di più dei comandati) che non riesce nemmeno a garantire il turnover a poco più di 8mila soldati italiani che si trovano nelle missioni all’estero.
La scorsa finanziaria ha aumentato del 10% il bilancio della difesa degli «investimenti» (cioè le spese per i sistemi d’arma) e nello stesso tempo mancano i soldi per il funzionamento ordinario (cioè il gasolio da mettere negli aerei), ma le pensioni di generali e colonnelli sono tra le più pesanti della pubblica amministrazione.
Eppure per la pace e per far fronte alla crisi ci sarebbe da tagliare nelle Forze armate. Come ha proposto la campagna Sbilanciamoci (www.sbilanciamoci.org) riducendo di 1/3 le Forze Armate (prepensionamenti, blocco del turnover, mobilità  verso la protezione civile, ecc.), passando cioè da 180mila a 120mila soldati, risparmieremmo quasi 4 miliardi di euro. Fermando la produzione degli F35 ne risparmieremmo altri 16. Solo in questo modo si troverebbero 20 miliardi che permetterebbero di far recuperare il fiscal drag ai lavoratori dipendenti, di garantire gli stessi ammortizzatori sociali dei lavoratori dipendenti a tutti i precari, di dare la 14ma a tutti i pensionati con pensioni inferiori ai mille euro lordi mensili.
E altro ancora. E con gli oltre 400 milioni che ci costa la missione in Afganistan si potrebbe varare un corposo piano di cooperazione internazionale (che la scorsa finanziaria ha tagliato di oltre il 50%) che permetterebbe un vera azione di ricostruzione (quella civile, non quella armata) verso un paese che ne ha veramente bisogno. E tagliando su servitù militari e manutenzione di basi altrui (quelle Usa) si potrebbero trovare quei 200milioni di euro per garantire agli oltre 40mila giovani che vogliono svolgere un servizio civile di farlo sul serio, senza essere rimandati a casa per mancanza di risorse, cosa che succederà  nei prossimi mesi. E con i 4 sommergibili U-212 che ci apprestiamo a costruire -per 1miliardo e 880milioni di euro- si potrebbero mettere in sicurezza ben 3500 scuole in aree a rischio sismico o che non rispettano la normativa 626.
Si tratta di proposte realistiche e compatibili con il ruolo europeo e internazionale del nostro paese: forse sono incompatibili con gli interessi di quel complesso corporativo e militar-industriale che anche in Italia si è costruito sugli sprechi, i privilegi e – anche tra i militari- sulla corruzione. La riduzione delle spese militari è quindi una via obbligata per la pace – e il ritiro dall’Afganistan è un modo per salvare vite umane e sottrarsi alla logica dell’intervento bellico- e per la costruzione di un pacchetto di misure contro la crisi, alternativo alle ipotesi dominanti. Tagliamo pure la spesa pubblica: ma quella per la guerra, non quella per il welfare.

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