Un funzionario dei Servizi segreti indagato per la strage di via D’Amelio

Un funzionario dei Servizi segreti indagato per la strage di via D’Amelio

ROMA — Un funzionario dei servizi segreti tuttora in forza all’Aisi, l’Agenzia di informazioni per la sicurezza interna che ha sostituito il vecchio Sisde, è indagato dalla Procura di Caltanissetta per concorso nella strage di via d’Amelio, nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. È un nome poco noto alle cronache, ma comparso più volte nelle inchieste siciliane sui rapporti tra Cosa nostra ed esponenti delle istituzioni. Ha lavorato ed era amico con Bruno Contrada, l’ex poliziotto e numero 3 del Sisde condannato a dieci anni di carcere per concorso in associazione mafiosa, è comparso come testimone in quello e in altri processi ed inchieste.

Adesso è lui al centro degli accertamenti da parte dei magistrati che hanno riaperto l’indagine sull’autobomba esplosa il pomeriggio del 19 luglio 1992, 56 giorni dopo la strage di Capaci che aveva ucciso Giovanni Falcone. L’ordigno fu sistemato all’interno di una Fiat 126 rubata da Gaspare Spatuzza, boss del quartiere palermitano di Brancaccio. Il quale due anni fa ha deciso di collaborare con la giustizia, e nell’interrogatorio del 17 dicembre 2008 reso ai pubblici ministeri di Firenze, che indagano sulle stragi del ’93 in continente, a proposito dei contatti di Cosa nostra con ambienti esterni ha detto: «C’è una questione su via D’Amelio, che c’ho una figura di una persona che non avevo mai visto e che non conosco. Quando io consegno la 126 in questo garage (dove fu imbottita di esplosivo, ndr), insieme a Renzino Tinnirello (“uomo d’onore” della stessa cosca, ndr), c’è questa persona che io sconosco. Una figura che rimane in sospeso».

Lo stesso episodio l’aveva riferito agli inquirenti di Caltanissetta e prima ancora al superprocuratore antimafia Pietro Grasso, durante i colloqui investigativi; specificando che quando notò lo sconosciuto abbassò lo sguardo per mostrare di non averlo notato e di non essere interessato a sapere chi fosse. Nel tentativo di risalire all’identità  del misterioso personaggio, i pm hanno sottoposto al neo-pentito dei voluminosi album di fotografie di appartenenti ai servizi segreti e alle forze dell’ordine. In due di queste, Spatuzza ha riconosciuto il funzionario all’epoca del Sisde e oggi dell’Aisi. Certo, si tratta dell’indicazione di una persona vista una volta sola sedici anni prima, che gli inquirenti hanno cominciato a valutare con le dovute riserve. Ma l’attendibilità  del collaboratore di giustizia (lo stesso che ha testimoniato dei presunti contatti di Cosa Nostra con Dell’Utri e Berlusconi nel 1993, per come gli furono riferiti dal capomafia Giuseppe Graviano) per i magistrati è ormai fuori discussione.

Tanto che alla proposta del programma di protezione riservato ai pentiti, avanzata dalla Procura di Firenze, si sono associati gli uffici di Caltanissetta e Palermo, nonché la Direzione nazionale antimafia. Mentre erano in corso le verifiche sulla deposizione di Spatuzza è arrivato Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo che sta testimoniando sui rapporti tra suo padre — che si muoveva per conto di Bernardo Provenzano — e rappresentati dello Stato. Anche a lui sono stati sottoposti gli album di foto forniti dall’attuale dirigenza dei Servizi segreti, e sfogliandoli ha indicato due personaggi che secondo lui erano vicini al «signor Franco», l’uomo «di apparato » che incontrava sia suo padre che Provenzano. Uno dei volti riconosciuti dal giovane Ciancimino corrisponde a quello sul quale aveva già  messo il dito Spatuzza. Secondo il figlio dell’ex sindaco mafioso, quell’uomo è colui che ha continuato ad avere contatti con Vito Ciancimino quando era detenuto, a partire dal dicembre 1992, entrando e uscendo spesso dal carcere di Rebibbia.

Dunque, se le individuazioni fotografiche dovessero corrispondere alla realtà  e trovassero riscontri, la stessa persona presente tra i boss in una fase cruciale della preparazione dell’attentato a Paolo Borsellino— episodio catalogato fin da subito come difficilmente circoscrivibile ai soli interessi mafiosi — ha anche partecipato ai contatti tra Cosa nostra e istituzioni durante la «trattativa» avviata nel 1992, passata attraverso le stragi e proseguita (secondo Spatuzza, ma anche Ciancimino jr) fino ai primi anni Duemila. Ipotesi che confermerebbe misteriosi e inquietanti scenari, già  immaginati in base ad altri elementi, sul ruolo di alcuni segmenti dello Stato nei rapporti con la mafia durante la sanguinosa e destabilizzante stagione delle stragi.


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