Forza Italia, il giallo resta

Si scrive Marcello Dell’Utri, si legge Silvio Berlusconi. Se c’è una cosa chiara nella condanna per concorso esterno in associazione mafiosa contro il senatore del Pdl è proprio questa: tutta le sue relazioni con Cosa nostra hanno senso solo dal 1973. Cioè da quando lascia l’oscuro incarico di impiegato nella Cassa di risparmio delle province siciliane perché il suo amico Silvio Berlusconi è attraccato a Palermo e gli ha proposto: «Vieni a Milano con me, sto facendo Milano 2 ed ho bisogno di amici» (l’ha raccontato proprio così lo stesso Dell’Utri all’udienza di primo grado del 29 novembre 2004).

Marcello Dell’Utri parte e porta con se gli amici mafiosi. E’ la primavera del 1974 quando, a detta di alcuni pentiti citati nella sentenza di primo grado, organizza un incontro tra Silvio Berlusconi e Stefano Bontate, tra i principali boss della mafia prima della guerra che conduce al potere i corleonesi. Il «garante» Vittorio Mangano arriva ad Arcore nel 1974 e ci resta fino al ’76, non tanto per i cavalli quanto per tutelare la «sicurezza» dell’imprenditore Berlusconi. Poi c’è la nascita di Pubblitalia, quella di Fininvest e la gestione del gruppo Standa. In tutte queste occasioni, dall’istallazione delle antenne in Sicilia seguita dal pagamento del pizzo, fino agli attentati ai negozi del gruppo Standa a Catania, Dell’Utri fa valere le proprie conoscenze. Sempre volte decisive.
Fin qui, la corte d’appello considera credibile tutta la ricostruzione di quei rapporti. Insomma, i legami economici tra la mafia e Dell’Utri, e quindi Berlusconi, sono ormai sanciti da due sentenze e valgono sette anni di condanna per il senatore siciliano.
La frenata sul 1992 riguarda i rapporti tra mafia e politica. E più precisamente la nascita di Forza Italia e l’appoggio garantito da Cosa nostra alla nuova formazione politica. Il tg1 e i commentatori di destra dicono che è stato smentito il rapporto con la stagione delle stragi nel continente. Che il problema sono le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza arrivate a requisitoria già  avviata. In realtà , le stragi c’entrano pochissimo perché delle accuse a Dell’Utri quelle vicende non hanno mai fatto parte.
La gestione maldestra delle dichiarazioni di Spatuzza, invece, ha probabilmente alimentato i dubbi sulla parte più delicata del processo: quella dedicata ai rapporti con Forza Italia.
In primo grado, i magistrati hanno creduto alle parole di diversi pentiti che raccontavano dell’interessamento di Cosa nostra alla nascita di Forza Italia. Soprattutto a quelle di Antonino Giuffre, ex capobastone di Caccamo, Trabia e Termini Imerese, particolarmente vicino a Totò Riina.
E’ lui a raccontare che nel 1993 – quindi un anno dopo il «taglio» fatto dalla corte di appello di Palermo – Cosa nostra decide di abbandonare la creazione del partito mafioso Sicilia libera e di appoggiare Forza Italia. Giuffrè, scrivono i giudici di primo grado, racconta che alla fine di quell’anno i mafiosi dell’area «provenzaniana» si interessano a Forza Italia: .«Da quel momento, che non può essere precedente alla fine del 1993, il boss corleonese (Bernardo Provenzano ndr) aveva iniziato a sponsorizzare il partito di Forza Italia all’interno di Cosa Nostra, invitando i suoi componenti a votarvi ed, evidentemente, convincendo anche la fazione legata a Bagarella, il quale, infatti, nello stesso torno di tempo di fine 1993, aveva deciso di abbandonare al suo destino il progetto sicilianista di Sicilia Libera».
Stando alla sentenza di primo grado, è allora che Cosa nostra decide di riattivare i vecchi contatti. Per farlo sceglie di nuovo Vittorio Mangano che ora è capo del mandamento di Porta nuova ed uomo di fiducia dei corleonesi. Diversi pentiti raccontano che uno dei motivi per cui Mangano viene mantenuto nella reggenza del mandamento è il rapporto che può garantire con Marcello Dell’Utri. E dicono pure che è per questo che decidono di mandare Mangano a parlare col nuovo esponente politico per provare a scendere a patti.
Nelle agende sequestrate a Dell’Utri, la polizia trova la promessa di due appuntamenti con Mangano per il 2 e il 30 novembre 1993. Il senatore confermerà  ai magistrati gli incontri, spiegando però che riguardano fatti personali, l’amicizia di una vita, nulla di penalmente rilevante.
E’ in relazione a quegli incontri che Mangano diventa «un eroe». Perché diversi pentiti dicono che dopo gli incontri con Dell’Utri (anche nel ’94) il boss annunciò alla mafia che bisogna votare Forza Italia e che in cambio il braccio destro di Berlusconi «si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli per “cosa nostra” sul fronte della giustizia, in un periodo successivo, a gennaio del 1995». Lo racconta anche Salvatore Cucuzza, coreggente del mandamento di Porta nuova assieme a Mangano. Il problema però è che Mangano ha sempre negato.
Ora i giudici di Palermo hanno stabilito che gli elementi raccolti finora non sono sufficienti a parlare dell’appoggio di Cosa nostra a Forza Italia. Nelle motivazioni della sentenza troveranno il modo di dire come e perché. Per ora, resta il punto interrogativo.


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