Google, sfida all’ ultimo link

PECHINO.Per ora cambia poco, ma presto potrebbe essere una rivoluzione. Nella giornata di ieri si è consumato l’ennesimo episodio del braccio di ferro tra Google e Pechino: a meno di 24 ore dalla scadenza della propria licenza commerciale in Cina, il motore di ricerca statunitense ha reso noto che modificherà  il re-indirizzamento degli utenti cinesi verso il proprio sito di Hong Kong, quello con i contenuti senza filtri.

Pechino non tollera che un’azienda straniera violi i suoi limiti alla navigazione on line. E così, per non perdere la possibilità  di operare nel territorio cinese, Mountain View annuncia una soluzione alla Google: le chiamate cinesi al dominio google.cn anziché essere indirizzate – in automatico – al dominio google.com.hk, andranno su una pagina temporanea (landing page), in cui gli utenti cinesi potranno scaricare la musica ed usare alcuni servizi in cinese. Soltanto cliccando su un apposito link, potranno fare le ricerche libere dalla censura cinese sul dominio ospitato a Hong Kong.

Insomma anziché in automatico, la navigazione non filtrata potrà  essere effettuata cliccando un bottone. Ma a Pechino questo escamotage potrebbe essere giudicato insufficiente per la concessione al motore di ricerca della licenza per operare ancora in Cina. Anzi potrebbe preludere a una clamorosa rottura, con Google che abbandonerebbe il mercato internet più vasto al mondo (oltre 400 milioni gli utenti cinesi). È probabile infatti che la licenza non verrà  rinnovata e il dominio google.cn venga spento nel giro di qualche giorno. La soluzione di Google potrebbe rappresentare un ultimo grido «mediatico», dando già  forse per scontata la rottura.
A seguito di attacchi informatici provenienti, secondo Google, dal territorio cinese, il motore di ricerca Usa all’inizio dell’anno aveva minacciato di liberare le ricerche dai filtri precedentemente concordati con il governo di Pechino, lo scotto pagato dalle aziende internet straniere per operare nella Terra di Mezzo. A quel punto Google decide che è il momento d’interrompere la collaborazione e lancia una campagna internazionale. Sergey Brin, uno dei fondatori di Google, paragona le nuove strategie cinesi nei confronti di Google a esperienze del periodo da lui trascorso nell’Unione Sovietica.
Google riscuote successo tra molti attivisti cinesi che sui blog e nei social network esprimono solidarietà  al motore di ricerca Usa. Pechino risponde seccata, anche perché con Google si schierano il segretario di stato Clinton e l’Amministrazione americana. Il consenso attorno a Google cala: nessun cinese vede di buon occhio l’ingerenza straniera. Sembra di essere vicini alla rottura completa e invece arriva il colpo di teatro: Google sposta le proprie ricerche a Hong Kong.
Un paese, due motori di ricerca: a Hong Kong Google opera senza filtri, direttamente dal dominio .cn. Si possono trovare Tiananmen e tante altre parole proibite in Cina (anche se su alcune interviene poi la censura nel territorio cinese). Sembra un colpaccio di Google, ma qualche giorno dopo Brin lascia intendere che la soluzione sia stata proposta proprio da Pechino: è una situazione che accontenta tutti. Molti attivisti cinesi denunciano la poca trasparenza da parte di entrambi gli attori: né Google, né il governo cinese raccolgono l’invito a chiarire i termini degli accordi. Per qualche mese la diatriba venne dimenticata, fino a ieri, quando sul proprio blog Google svela gli equilibri dietro all’accordo del marzo scorso: «Dalle conversazioni avute coi funzionari del governo cinese, è chiaro che la soluzione di reindirizzare le nostre pagine cinesi a Hong Kong è inaccettabile e che con essa mettiamo a rischio il rinnovo della nostra licenza per operare in Cina».
Una licenza che scade oggi. Ieri il governo cinese non ha commentato, se non ribadendo il consueto mantra: le aziende straniere devono rispettare le leggi cinesi. Un’affermazione che non sembra fare propendere per un lieto fine, anche se naturalmente si potrebbe trattare di molto rumore per nulla. Stupisce, secondo alcuni osservatori, la reiterata presa di posizione pubblica di Google, ben sapendo quanto i cinesi soffrano i riflettori internazionali su queste problematiche.
Dalle indiscrezioni raccolte nella frenetica giornata di ieri, il comunicato sul blog di Google sembra un estremo tentativo, più mediatico che reale, di salvare le apparenze di fronte ad un destino già  segnato. Pechino al solito nicchia e chissà  che ancora una volta non arrivi una soluzione a sorpresa. I politici cinesi, però, raramente sorprendono quando si tratta di essere realisti.

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MILIONI DI UTENTI internet.

Il mercato cinese è il più vasto al mondo per le società  che operano nel web, ma l’accesso alle aziende straniere è limitato dalla censura imposta da Pechino


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