Julia Kristeva. “Solo un nuovo umanesimo può fermare il nichilismo”

Domani sarà  a Massenzio dove leggerà  un testo su Santa Teresa d’Avila: “Il suo esempio ci serve anche oggi, contro l’integralismo e il vuoto di valori”

FABIO GAMBARO - LA REPUBBLICA Sergio Segio • 21/6/2010 • Libri & culture • 217 Viste

PARIGI. «Il bisogno di credere è un bisogno prepolitico e prereligioso, sul quale poggia il desiderio di sapere. Riconoscendo l’importanza di tale bisogno, noi atei possiamo favorire il dialogo tra credenti e non credenti, per combattere da un lato il nichilismo e dall’altro l’integralismo». Linguista e psicanalista, saggista e romanziera, Julia Kristeva, dopo Il genio femminile, la trilogia dedicata a Hannah Arendt, Melanie Klein e Colette, ha pubblicato Bisogno di credere (Donzelli), un testo in cui, pur senza rinunciare alle sue convinzioni figlie dell’illuminismo, si confronta con l’universo della fede. Un dialogo che attraversa anche Teresa mon amour. Santa Teresa d’Avila: l’estasi come un romanzo (Donzelli), un libro a metà  strada tra romanzo e saggio, che analizza la personalità  e gli scritti della santa spagnola del XVI secolo. Proprio di Teresa d’Avila, la studiosa francese parlerà  domani alla Basilica di Massenzio in chiusura del Festival Letterature. «Ho iniziato ad occuparmi di Teresa quasi per caso, scoprendo un personaggio estremamente complesso, ricco e attuale», spiega Kristeva, in questo momento alle prese con la stesura di un nuovo romanzo. «Oggi lo scontro di religioni è una realtà  che non possiamo ignorare. Il dialogo quindi è necessario. L’Europa – forse perché ha conosciuto la violenza e l’orrore legati alle religioni, dalle crociate alla Shoah – ha intrapreso, prima con l’illuminismo e in seguito con le scienze umane, un percorso di attraversamento della religione. Non per ghigliottinarla, come ha fatto la Rivoluzione francese, o per rinchiuderla nei gulag, come è accaduto in Unione Sovietica, ma per tentare di “transvalutarla”, come direbbe Nietzsche. Attraverso il caso concreto di Teresa, io ho cercato di dare il mio contributo a questo percorso di attraversamento».

Per questo, Monsignor Gianfranco Ravasi l’ha invitata a partecipare al dialogo tra credenti e non credenti. Le sembra un’opportunità ?
«Oggi, più ancora del dialogo interreligioso, occorre promuovere il dialogo tra chi crede e chi no, soprattutto in Europa. Appartengo a coloro che, per dirla con Tocqueville e Hannah Arendt, hanno reciso il filo della tradizione. Mi considero una discendente dell’illuminismo e della secolarizzazione che ci hanno messo in guardia contro i rischi della religione: la nevrosi, le illusioni, gli abusi, le guerre. Il filo reciso della tradizione ci ha consentito di muoverci verso la libertà , senza la quale non ci sarebbero il mondo della scienza né quello dell’arte, l’avventura dell’impresa né quella dei nuovi amori. Il filo reciso della tradizione è una conquista importante, ma occorre evitare la deriva verso un nichilismo senza valori e senza autorità . Ecco perché abbiamo bisogno di “transvalutare” la tradizione. Vale a dire ripensarla e attraversala, cercando di trarne tutto ciò che può essere positivo per noi contemporanei. Ciò vale per tutta la tradizione, le tre religioni monoteistiche, ma anche la cultura classica, il taoismo o il confucianesimo».
A chi spetta questo compito?
«Agli intellettuali, ma anche agli artisti, visto che considero la letteratura e le arti delle vere e proprie forme di pensiero. Senza il confronto con la tradizione rischiamo di perderci in un nichilismo depressivo. Sul piano della religione, tale confronto ci consente di capire che la fede non è solamente un vicolo cieco, come diceva Diderot. Condannando la fede, la filosofia dell’illuminismo ha privato il bisogno di conoscenza di un fondamento importante. Per me il bisogno di credere è il fondamento del sapere. È una necessità  antropologica che la storia delle religioni ha capitalizzato attraverso le varianti cristiana, islamica, ebraica, taoista. Noi atei dobbiamo riscoprire le radici di tale bisogno, favorendo in questo modo il dialogo tra credenti e non credenti, un dialogo alla pari dove ciascuno possa spiegare e difendere le proprie posizioni».
Il bisogno di credere come si manifesta in Teresa d’Avila?
«Teresa vive una fede sovrannaturale, che esalta il legame amoroso nascosto nella fede. Lo esalta in maniera ideale, ma anche concretamente con tutte le fibre del suo corpo di donna, come testimonia la statua del Bernini nella chiesa romana di Santa Maria della Vittoria. Teresa si esilia nell’alterità  divina, rivelando una profondità  estrema della vita psichica, che Lacan è stato il primo a mettere in evidenza, parlando del piacere femminile. Nelle sue estasi non c’è solo la felicità  dell’incontro con Dio, ma tutta la violenza del piacere, l’annullamento di se stessi e del proprio corpo. Mettendo per iscritto i suoi stati di estasi, Teresa riesce però ad allontanare la loro dimensione mortuaria. Più li descrive, più diventa lucida, agendo nel mondo in maniera concreta».
Nell’abbandono dell’estasi, Dio – per Teresa – cessa d’essere un’entità  esterna, diventando una realtà  interiore e immanente. È così?
«Nel suo viaggio verso l’altro, Teresa indica un dato importante per la cultura europea. Perché l’io esista, il cogito di Descartes non è sufficiente. L’io ha bisogno dell’altro da sé, con il quale instaura un legame indispensabile. L’io e l’altro s’identificano, si confondono e si portano a vicenda. Teresa crea tale legame con la divinità . Per lei la trascendenza diventa immanenza. In questo modo si colloca sulla via dell’umanesimo cristiano che darà  luogo l’umanesimo moderno. Proprio perché Dio e l’infinito sono in lei, Teresa diventa una persona e un linguaggio infinito. Anche per questo affascinò tanto Leibniz».
È per questo che lei la considera una nostra contemporanea?
«Certo. Teresa è una donna eccezionale, un genio femminile che ha innovato la fede cattolica, anticipando la rivoluzione barocca. La sua esperienza parla alle donne moderne e in particolare a quelle che si consacrano alla creazione artistica, lavorando con le immagini e il linguaggio».
Lei è stata una delle voci del femminismo francese. Teresa d’Avila può interessare le femministe?
«Oggi il ritorno della tradizione e la centralità  della maternità  rimettono in discussione le conquiste del femminismo. Ciò è vero soprattutto quando la maternità  è prigioniera delle preoccupazioni materiali e sanitarie. Teresa c’insegna che occorre riuscire a pensare dal punto di vista dell’altro. Non dobbiamo proiettare sui figli i nostri desideri, le nostre angosce, i nostri bisogni, ma considerarli come un altro da sé, cercando di sviluppare la loro alterità . In questa prospettiva, le donne saranno all’avanguardia della civiltà . Come ha fatto Teresa, ogni donna deve cercare di essere singolare. Occorre rifondare l’umanesimo in una direzione che stimoli le singolarità . E’ questo l’insegnamento di Teresa».

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