L’aborto non s’ha da fare. Gli ostacoli alla IVG nel napoletano

Da Pollena Trocchia a Vico Equense e viceversa. Respinte da un ospedale all’altro perché nel primo il reparto è stato smantellato e nel secondo mancano gli anestesisti. L’odissea delle donne che devono abortire nel napoletano, costrette a spostarsi nelle strutture del capoluogo. E i consultori? Sono usati per la propaganda anti-abortista

Adriana Pollice - il manifesto Sergio Segio • 15/6/2010 • Salute & Politiche sanitarie • 1185 Viste

VICO EQUENSE (NAPOLI). C’è la crisi. Una frase buona per qualsiasi argomento. Questa volta è la motivazione per smantellare, piano piano e in silenzio, l’interruzione volontaria di gravidanza in Campania. A marzo sotto tiro era finito l’ospedale Apicella di Pollena Trocchia, nel napoletano, adesso tocca al De Luca e Rossano di Vico Equense. Entrambi i nosocomi rientrano nell’ambito dell’Asl Napoli 3 Sud, un territorio che va da Pomigliano d’Arco a Sorrento, con un bacino di utenza di 600mila abitanti, più le migranti ufficialmente non censite.

Per Pollena i motivi urgenti per bloccare gli interventi di ivg (tentativo poi fallito) erano dettati dalla ristrutturazione delle sale a favore di specializzazioni più remunerative e alla moda, con il parroco don Giuseppe Cozzolino a lanciare l’anatema dal pulpito: «Blocchiamo l’ospedale, luogo di morte» l’ordine, pronto a chiudere la chiesa se non eseguito dai fedeli. La platea femminile doveva finire proprio a Vico, dove però dopo soli due mesi le prestazioni sono andate in crisi per carenza di anestesisti. «È l’ennesimo servizio che viene interrotto e di questo passo arriveremo alla chiusura delle strutture» spiegano i sindacati. Poco rassicuranti anche le dichiarazioni di Ernesto Esposito, neo commissario straordinario dell’Asl di riferimento: «Entro il 31 dicembre prossimo dovremo ridurre di 27 milioni di euro il disavanzo registrato nel 2009. Sia le azioni strutturali che ogni altro possibile percorso non potranno contare su risorse aggiuntive». Carenza cronica di personale, imminente scadenza di contratti a termine per infermieri e medici, in particolare anestesisti, blocco delle assunzioni si traducono nello stop agli aborti, mettendo in crisi un diritto sancito per legge.
Così le donne, per ora, come nel gioco dell’oca vengono rimandate a Pollena, che però riesce ad effettuare 120 interventi all’anno con due anestesisti provenienti da Nola che si alternano. Vico, viceversa, ne eseguiva 270 in dodici mesi. «Ci hanno spostato al terzo piano dell’ospedale Apicella – spiega il dottor Giacomo Di Fiore – ma è chiaro che è una sistemazione provvisoria in attesa della ristrutturazione del sistema sanitario campano. Naturalmente la cosa più intelligente da fare sarebbe accorpare le strutture di Pollena, Vico e Torre del Greco». Accorpare ma anche istituire il Centro unico di prenotazione, ribatte il Comitato legge 194, perché anche accedere al servizio sta diventando una corsa a ostacoli.
Ma dove vanno le donne dell’Asl Napoli 3 Sud che vogliono abortire? Non a Sorrento, né a Boscotrecase né a Castellammare di Stabia, dove pure continuano ad arrivare gli incentivi economici ai medici per effettuare un servizio che nei fatti non eseguono. La maggior parte si riversa su Napoli, a cominciare dal Cardarelli, il più grande presidio ospedaliero del Mezzogiorno. Circa novecento ivg in un anno, tempo di attesa dai due ai cinque giorni e spazio per tutte, italiane e migranti, due assistenti sanitarie a gestire le prenotazioni. Un reparto efficiente che, però, la ristrutturazione economica in atto dettata dalla regione Campania, lacrime e sangue, sta già  mettendo in crisi, di fatto scaricando sul personale un buco di bilancio provocato, in massima parte, dalle convenzioni con le cliniche private.
Prime crepe al Cardarelli a fronte di una situazione già  grave al vicino Secondo Policlinico. La mancanza di turn-over ha avuto come primo effetto la cessazione delle prenotazioni: a telefono non risponde più nessuno così le donne si mettono in marcia all’alba, arrivano tra le quattro e le cinque di mattina, aspettano in una stanza chiusa con una porta di ferro a grate, come in una gabbia, per essere sicure di essere le fortunate quattro messe in lista. Quattro al giorno e basta, con la logica conseguenza che se si fa tardi bisognerà  rimettersi in marcia un altro giorno. L’intervento poi verrà  fissato in base allo stato di avanzamento della gravidanza, così la prassi è che i tempi di attesa sono sempre lunghissimi, come in un qualsiasi ambulatorio specialistico.
La cose andavano meglio al Primo Policlinico, in pieno centro storico, ma la struttura è a rischio chiusura con dislocamento del servizio in altre sedi, e all’ospedale San Paolo di Fuorigrotta, con oltre mille ivg effettuate in un anno e tempi di attesa di circa 2 settimane. Solo poco più avanti lungo l’area flegrea, a Pozzuoli, la situazione diventa critica ancora. Al Santa Maria delle Grazie, una media di 220 interventi in dodici mesi, da novembre si rischia continuamente la paralisi: il personale è scarso e demotivato così crescono le fila dei medici obiettori. In molti raccontano che in ospedale girano strani mediatori che accompagnano dieci, venti donne migranti alla volta per sottoporsi a ivg, in un ospedale certo ma c’è da scommetterci che per loro la mediazione non sarà  stata gratuita.
A presidiare il territorio ci dovrebbero essere i consultori, centoventi in Campania, venti nella sola Napoli. Centri a cui rivolgersi per informazioni e, eventualmente, anche per prenotare l’intervento ma molti usano lo sportello per la propaganda anti-aborti, altri non hanno un ospedale di riferimento a cui indirizzare le donne così capita che una arrivi da Sessa Aurunca, nel casertano, a Napoli per prenotarsi in ospedale e da qui venga rimandata a casa presso l’ospedale San Rocco dove fanno sessanta interruzioni all’anno e praticamente non hanno code da smaltire.

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