L’accoglienza in Italia, una porta stretta che non permette di passare

ROMA – In Italia, se sei rifugiato o richiedente asilo, accedere al sistema di accoglienza è come finire nel paese delle meraviglie: per entrarci bisogna passare per la porta stretta e non tutti ce la fanno. La pozione per far attraversare la soglia non basta per tutti e, ironia a parte, non è una favola per bambini. A raccontarla sono gli afgani della stazione Ostiense e le associazioni che lavorano con loro che oggi si sono riunite presso la sede della Provincia di Roma, a Palazzo Valentini, per riflettere sullo stato dell’accoglienza in Italia e a Roma nel convegno “Richiedenti asilo e rifugiati a Roma: per una nuova politica dell’accoglienza” promosso dalla rete di accoglienza per i rifugiati afgani. “Secondo i dati Global trend – ha spiegato Giovanna Cavallo, di Action diritti -, al mondo ci sono 43 milioni di persone che sono costrette a fuggire dai paesi di origine: il più alto trend dagli anni ’90. Circa 15 milioni sono le persone rifugiate, in Italia ne sono 55 mila, tra richiedenti e rifugiati. Ci lamentiamo tanto, ma siamo uno dei paesi che ne ha meno, in Germania ci sono oltre 200 mila persone. Nel 2009, sono state 17 mila le domande di asilo politico in Italia”.

Il quadro dell’accoglienza è chiaro come la differenza tra il numero dei rifugiati e richiedenti stessi presenti sul territorio italiano e la risposta dello Stato con i posti messi a disposizione per la seconda accoglienza. Una sorta di porta stretta che non permette a tutti di passare. “Nel 2009-2010 sono stati predisposti in totale 2.499 posti assegnati in tutt’Italia e 501 per i casi vulnerabili – ha aggiunto Cavallo -. Sono stati spesi 24 milioni di euro e 6 milioni di euro per il sistema della vulnerabilità . E per il prossimo anno saranno gli stessi: circa 3 mila posti e 500 riservati alle vulnerabilità . Noi accogliamo 55 mila richiedenti asilo e abbiamo solamente 3 mila posti per il sistema di accoglienza pensato dallo Stato, tenendo fuori tutti i progetti ordinari delle amministrazioni locali”. Sono le grandi città  italiane, ha aggiunto Cavallo, ad avere un sistema di risposta ‘parallelo’ a quello predisposto dallo Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) che consiste in progetti finanziati dal ministero dell’Interno col Fondo nazionale per le politiche dell’asilo, assieme all’Anci come partner. Una situazione che “può far raggiungere al massimo altri 6 mila posti in città  come Torino, Roma, Milano, ma che a livello nazionale non ha altre alternative”, ha specificato Cavallo.

A Roma, nonostante il problema sia conosciuto da anni, il sistema di accoglienza soffre degli stessi problemi. “Nella capitale i centri di accoglienza sono 20 – ha spiegato Cavallo -, più altri 2 finanziati con altri canali. In totale hanno accolto nel 2009 circa 1.580 persone di nazionalità  per lo più afgana ed eritrea. Più di 3,7mila persone (e tanti che non hanno fatto domanda), invece, sono in lista d’attesa per essere accolti”. Un sistema di accoglienza che si ‘allarga’ a fisarmonica, quando arriva il problema del freddo, ma che dura solo pochi mesi. “Al picco massimo col piano freddo, il comune di Roma accoglie circa 4mila persone, ma si tratta di un’accoglienza non solo per i rifugiati o i richiedenti asilo. Accoglienza che va da dicembre a marzo”. Ma chi ce la fa ad accedere ai posti di accoglienza, spesso non torna più per strada. Per quanto riguarda i dati dello Sprar, “il 25% abbandona le strutture per scadenza dei termini – ha concluso Cavallo -, il 25% abbandona per volontà  propria, meno della metà  delle persone vede concretizzarsi una prospettiva di inclusione sociale”. (ga)

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