L’ordine del Vaticano a Sepe “Collabori con la giustizia italiana”

CITTà€ DEL VATICANO – «Massima disponibilità  a collaborare con le autorità  giudiziarie italiane». L’ordine – sotto forma di “paterna” esortazione – è partito ieri mattina dal Vaticano in direzione della Curia vescovile di Napoli e del suo arcivescovo Crescenzio Sepe. La decisione sembra che sia stata ispirata direttamente da Benedetto XVI e resa operativa dal suo segretario di Stato Tarcisio Bertone appena Oltretevere hanno saputo che i giudici di Perugia che stanno indagando sugli appalti del G8 intendono “sentire” anche Sepe. A suscitare l’interesse degli inquirenti verso il porporato è stato, nei giorni scorsi, il sottosegretario Guido Bertolaso per aver dichiarato di essere stato aiutato dal cardinale – quando questi era prefetto di Propaganda Fide – a trovare una casa con affitto gratuito in via Giulia a Roma. Una dichiarazione sulla quale i giudici intendono fare chiarezza andando a chiedere “lumi” proprio all’arcivescovo di Napoli, pur essendo consapevoli che lo status cardinalizio di Sepe, a norma di Concordato, gli permetterebbe di sottrarsi ad interrogatori o a incontrare inquirenti di paesi esteri.

Dal Vaticano – ma anche dalla stessa curia napoletana – hanno prontamente escluso il ricorso a “cavilli” concordatari, contrariamente a quanto fecero in passato alti prelati come il cardinale Michele Giordano, predecessore di Sepe a Napoli, coinvolto e poi assolto in una inchiesta su casi di usura, e negli anni ’80 l’arcivescovo Paul Marcinkus quando, come presidente dello Istituto per le Opere di religione – la banca vaticana – fu coinvolto nel crac del vecchio Banco Ambrosiano. «Sono pronto a incontrare i giudici in qualsiasi momento e a fornire loro tutti i chiarimenti perché non c’è niente da nascondere, aspetto solo che mi arrivi una comunicazione ufficiale», ha fatto sapere ieri ai suoi collaboratori il cardinale Sepe, assicurando di «nutrire profondo rispetto per la magistratura italiana» e che «prima di incontrarmi con i giudici non parlerò con nessuno».
Malgrado l’annunciata disponibilità  di Sepe a farsi “sentire” dagli inquirenti, in Vaticano cresce l’apprensione per il coinvolgimento nell’inchiesta sugli appalti del G8 di un dicastero-chiave come Prapaganda Fide, titolare, tra l’altro, di un patrimonio immobiliare di circa 53 milioni di euro che, secondo l’ultimo Rendiconto finanziario consolidato della Santa Sede, lo scorso anno ha prodotto utili per 56 milioni di euro in canoni d’affitto; altri 950 mila euro di utili provengono invece da attività  agricole. Un dicastero che Sepe guidò per circa 5 anni, dal 2001 al 2006, per essere sostituito dall’indiano Ivan Dias e destinato alla curia partenopea con l’incarico – fu spiegato dalle autorità  pontificie – di rilanciare la Chiesa napoletana dopo le disavventure giudiziarie del cardinale Giordano. Qualcuno, però, vide nell’allontanamento di Sepe come una sorta di preventiva destituzione dal vertice di un dicastero considerato tra i più potenti del Vaticano in quanto gode di una autonomia finanziaria unica nel suo genere. Autonomia che ora Oltretevere più di un cardinale è pronto a mettere in discussione, attraverso una totale e radicale riforma dell’intero dicastero. A quanto si sa sarebbe di questa opinione lo stesso Benedetto XVI che proprio ieri ha ricevuto in udienza l’attuale prefetto di Prapaganda Fide, il cardinale Dias. Un incontro durante il quale non è escluso che Papa e prefetto abbiano parlato anche delle vicende che in questi giorni stanno offuscando l’immagine del dicastero. Ivan Dias potrebbe essere sostituito prima della scadenza del suo mandato per motivi di salute. Tra i nomi che circolano per la sua sostituzione, il vescovo Fernando Filoni attuale sostituto alla Segreteria di Stato, al quale il Papa darebbe ampi poteri per avviare un’operazione trasparenza.


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