Le strane spie russe «scoperte» in tempo per colpire Obama

Una storia fantastica per far vendere i giornali, certo, ma al di là  di questo, che cosa?
Le interpretazioni sono diverse. Ma non c’è dubbio sul fatto che questa non è una vera operazione di controspionaggio, come quella che giusto 57 anni fa, il 19 giugno 1953, portò sulla sedia elettrica i coniugi Julius ed Ethel Rosemberg. E’ un’operazione politica, per ottenere dei risultati politici: e molti aspetti lasciano pensare che sia stata concepita in ambienti conservatori statunitensi per colpire il presidente Barack Obama oppure (meno probabilmente) in ambienti conservatori russi per colpire il presidente Dmitrij Medvedev.
Lo fa ritenere la scelta dei tempi: le presunte «spie» erano seguite e controllate da anni, ma per arrestarle si è aspettato l’indomani dell’incontro di Washington fra Obama e Medvedev che ha fatto parlare di «nuovo avvio» della cooperazione russo-americana, di «svolta storica positiva» e via dicendo. E lo fa ritenere anche la straordinaria inconsistenza delle accuse rivolte agli undici: non si parla nemmeno di «spionaggio» in senso proprio, ma solo del fatto che gli accusati avrebbero lavorato per conto di un governo straniero senza chiedere il permesso, come prescrive la legge; i materiali «mirati» dagli undici non erano classificati come segreti e non presentavano particolare interesse strategico; i testi dei messaggi scambiati con Mosca e tra gli stessi undici, intercettati e ora resi pubblici, sono quasi comici, come le parole d’ordine per riconoscersi tra loro (alla domanda «non ci siamo già  visti in California?» doveva seguire la risposta «credo piuttosto agli Hamptons», e cose del genere).
Dunque appare chiaro che gli investigatori avrebbero potuto smascherarli in qualunque momento, negli anni scorsi o nei prossimi, e se è stata scelta la giornata di lunedì – in modo da far apparire il summit un’iniziativa sbagliata o quantomeno ingenua – è per provocare un effetto. Che secondo ogni apparenza dovrebbe essere un nuovo raffreddamento delle relazioni Mosca-Washington. Fatto sta che dal Dipartimento della giustizia Usa la notizia degli arresti è stata data con toni e termini molto aspri e aggressivi, tali da far appunto presagire un brusco stop all’abbraccio politico ed economico con gli antichi nemici.
Per il momento, le reazioni in Russia appaiono caute e scettiche: fonti governative parlano di accuse «improprie e senza fondamento», si afferma di «non capire certe dichiarazioni ufficiali americane fatte nello spirito della guerra fredda» e ci si rammarica che tutto sia avvenuto proprio il giorno dopo l’incontro al vertice. «La scelta dei tempi è stata di speciale eleganza», ha detto ironicamente il ministro degli esteri Sergej Lavrov. Altri commentatori non ufficiali fanno presente che ora, «per etichetta diplomatica», in Russia verranno sicuramente «scoperti» e arrestati altrettanti agenti statunitensi. Chiaro che di agenti così, «illegali», ce ne sono a bizzeffe dall’una e dall’altra parte: la loro attività  fa parte del normale lavoro di intelligence, non procura gran danno a nessuno e consente alla controparte, quando serve, di «scoprire» un po’ di «spie» senza fatica. Serviva adesso, evidentemente. Ma perché – e in fondo anche a chi – sarà  molto più difficile da scoprire.


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