L’Urbanistica della paura

La strada corre veloce e deserta fra due fila di case. Torri e stecche – cosi’ le chiamano architetti ed urbanisti – dal disegno monotono e dozzinale, bucate da finestre e logge piccolissime, sullo sfondo marrone dei mattoni che ricoprono le facciate. Tutto attorno lunghe barriere che isolano i palazzi fra di loro e dalla strada.

Alessandro Coppola - Molecoleonline.it Sergio Segio • 16/6/2010 • Paure, conflitti, sofferenze urbane • 302 Viste

Al di la’ dei cancelli, un moltiplicarsi di spazi paradossali anche loro “ingabbiati”: munuscoli spazi gioco, qualche panchina, centraline elettriche e piste di accesso ai parcheggi, striscie di verde esanime per la poca terra concessagli dai box sottostanti. Lungo la strada non ci sono negozi, al di la’ del viale c’e’ una grande supermercato della catena Esselunga. Il nuovo complesso residenziale che stiamo attraversando e’ stato da poco inaugurato: contiene all’edilizia libera e convenzionata, ma anche alcuni dei pochi alloggi di edilizia popolare realizzati in citta’ negli ultimi anni.

 

Siamo a Milano, nella citta’ in cui l’urbanistica della destra aveva promesso che mai piu’ sarebbero stati ripetuti gli errori e gli orrori della dura pianificazione razionalista di cui si era macchiata, stando alla retorica,  la sinistra. I quartieri di edilizia pubblica degli anni sessanta, settanta ed anche ottanta erano stati chiamati a soddisfare la domanda abitativa di una parte consistente delle classi popolari con esiti che, come sappiamo, erano stato non raramente poco felici. Ogni citta’ si e’ ritrovata con  i suoi “palazzoni”, questa la definizione piu’ comune degli insediamenti di edilizia popolare, e con le sue promesse progettuali spesso irrealizzate: servizi innovativi, spazi commerciali, centri di aggregazione.  Quando a Milano la destra prende il potere, i fallimenti di una certa visione della pianificazione urbana vengono utilizzati come armi retoriche essenziali all’interno di un discorso piu’ ampio, volto ad imporre un nuovo corso urbanistico. Facendo ancora piu’ spazio ai privati – anche per mezzo degli strumenti della cosidetta urbanistica contrattata – si assicureranno non solo un mercato piu’ efficiente ma anche migliori risultati progettuali, questi alcuni degli argomenti chiave. In estrema sintesi, la retorica era quella della societa’ contro lo stato, del pluralismo contro l’omologazione, dell’immaginazione contro la pianificazione.

Eppure la Milano costruita dalla destra – dal 1993 ad oggi, l’amministrazione e’ rimasta sotto il controllo prima della Lega e poi di tutto il centro-destra al completo – colpisce per le sue tremende mediocrita’, monotonia ed omologazione estetica. Un paradosso bruciante, date le premesse retoriche, come ricordano due ricercatori del Politecnico di Milano, Massimo Bricocoli e Paola Savoldi, in un loro recente studio (Villes en observation, Editions du Puca, Parigi, 2009). Ma la mediocrita’ estetica e’ il riflesso perfetto di una certa idea di societa’ e soprattutto di urbanita’, anzi sarebbe meglio dire di anti-urbanita’. Cosi’, paradossalmente, in questi anni e’ stata proprio la destra ad affidare ai privati il ridisegno in chiave “sovietica” di molte parti della citta’. Altro che pluralismo e superamento dell’omologazione! La riconversione di molte aree dismesse di una Milano operaia sepolta per sempre si e’ risolta nella ripetizione pedissequa ed ossessiva dello stesso modulo progettuale: volumi edilizi senza fantasia, strade automobilistiche prive di servizi, chilometri di cancelli e barriere di ogni tipo ed, infine, l’immancabile contenitore della grande distribuzione. Generalmente, un supermercato della catena Esselunga i cui proprietari, fra i “grandi elettori” della destra lombarda, sono riusciti a strappare all’amministrazione una posizione di sconcertante quasi-monopolio (si certo, la destra e’ per il libero mercato), cui la programmatica assenza di commercio al dettaglio e’ evidentemente funzionale.

Come in una certa stagione dell’edilizia pubblica, anche nella Milano della destra architettura ed urbanistica sono l’immagine trasparente di una certa idea di societa’, seppure di tutt’altro orientamento. I tanti “palazzoni” costruiti in questi anni prendono il peggio di quella stagione – che pure era il loro principale bersaglio polemico – rigettandone il meglio: ovvero il tentativo, fallito nella maggioranza dei casi, di costruire contesti per una vita in comune ed una cittadinanza non “privatistica”. A risultarne e’ il peggiore dei mondi possibili: strade vuote e orrende costruzioni tutte uguali, pochi servizi e spazi pubblici banali ed inaccessibili, il commercio locale trattato come se il problema fosse costruire spacci collettivi e non negozi. Ovviamente vi sono delle eccezioni cui va il nostro omaggio, ma sono molti i casi che rispondono perfettamente a questo immaginario da incubo.

Fra le strade deserte costruite dalla destra milanese, si affermano i valori di una “urbanistica della paura”, per la quale dalla citta’ occorre difendersi, semplificando, irrigimentando, separando. E mettendo a distanza la complessita’ degli usi e delle popolazioni che oggi caratterizzano il nostro tessuto urbano. Un esempio da manuale di quanto la “politica dei luoghi” possa avere l’ambizione di influire sulla cultura politica e le percezioni esistenziali degli abitanti. La destra lombarda ha puntato con successo, nell’ultimo ventennio, all’imposizione di scelte urbanistiche che consolidassero il predominio conservatore sulla definizione dell’agenda politica urbana. Da una parte si costruiscono citta’ insicure, dall’altra si e’ pronti ad incassare i dividendi politici di un’accresciuta percezione di insicurezza da parte della popolazione insediata. Un vero e proprio capolavoro politico!

Si tratta senza dubbio dell’esito spontaneo della cultura politica della destra, ma anche il frutto di un pensiero strategico capace di coniugare spazio urbano, soggetti sociali, domanda ed offerta politica. La destra sta costruendo citta’ ad immagine e somiglianza della sua visione del mondo. Esattamente quello che alla sinistra e’ in questi anni e’ mancato. Anzi, in molti casi, il centro sinistra – di cui non si sa cosa temere di piu’: l’ingenuita’ o la complicita’ culturale – ha regalato superbi esempi dell’urbanistica della paura, quasi a cercare attivamente il proprio sucidio politico.

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