Pugno duro, Ankara fa arrestare i «gruppi di pace» del Pkk

Sono stati arrestati ieri dieci kurdi che facevano parte del gruppo giunto dal Kurdistan iracheno e rientrato in Turchia per parlare di pace.
Quando erano entrati a Diyarbakir, lo scorso ottobre, erano stati accolti come eroi. E il governo dell’islamico Akp (Partito della giustizia e sviluppo) aveva cominciato a dare segni di nervosismo. Ma era stato il partito kemalista di opposizione Chp (Partito della Repubblica del Popolo) a sbottare con rabbia. «Ma come? – aveva detto l’ex leader Cemil Baykal (costretto alle dimissioni un mese fa per uno scandalo «di letto») questi sono terroristi e lasciamo che entrino nel paese e vengano accolti come eroi? Sembra che il Pkk abbia vinto la guerra». I «terroristi» erano in realtà  alcuni ex guerriglieri kurdi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan seguiti da molti uomini e donne del campo profughi di Maxmur.
Una trentina di persone, erano ritornate nel Kurdistan turco come ‘gruppi di pace’, per dare un segnale e mettere alla prova l’onestà  della cosiddetta iniziativa democratica del governo di Recep Tayyip Erdogan. Per qualche settimana il governo ha fatto buon viso a cattivo gioco e ha evitato di arrestare (come già  era avvenuto con i gruppi di pace kurdi negli anni scorsi) i componenti del gruppo di pace. Poi la svolta. Con l’illegalizzazione da parte della corte costituzionale del Dtp (Partito della società  democratica) a dicembre sono cominciati anche i processi ai membri dei gruppi di pace. Ieri il tribunale di Diyarbakir (nel Kurdistan turco) ha mandato in carcere dieci dei componenti del gruppo di pace proveniente dal campo profughi di Maxmur e dalle montagne kurdo-irachene. L’accusa è quella di fare propaganda per un’organizzazione terroristica. Se verranno giudicati colpevoli rischiano fino a vent’anni di carcere. L’arresto dei componenti dei gruppi di pace (che erano stati espressamente chiesti dal leader kurdo rinchiuso nell’isola-carcere di Imrali, Abdullah Ocalan) è l’ultimo tassello di un mosaico fatto di repressione efferata. E questo nonostante il lavoro per la pace svolto da movimento di liberazione kurdo da oltre un anno.
Il 1° giugno scorso il PKK ha interrotto il cessate il fuoco unilaterale proclamato nel marzo del 2009 e lo stesso Ocalan (come ha spiegato in un articolo per il manifesto l’8 giugno) ha annunciato di ritirarsi dal processo di ricerca per una soluzione pacifica, visto che da parte turca non c’è stato alcun interlocutore disponibile al dialogo. La guerra, rallentata solo dall’inverno, è ripresa con bombardamenti nelle zone kurde della Turchia e sempre più spesso del nord Iraq, anche con il sostegno militare dell’Iran, ultimamente particolarmente amico della Turchia. Ieri il gruppo Tak (Falchi per la liberazione del Kurdistan) ha annunciato che gli attacchi anche in Turchia riprenderanno e ha ammonito i turisti stranieri a non scegliere la Turchia come meta delle loro vacanze.


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