Ventimila in piazza nell’abisso dell’Aquila

L’AQUILA.«È un pugno allo stomaco quello che ho visto attraversando questa città  distrutta dove ancora dopo 14 mesi dal terremoto tutto è fermo, mentre le televisioni raccontano che qui è stato tutto risolto». Lo stupore del segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, è lo stesso delle migliaia di abruzzesi (più di 10 mila secondo la questura, 20 mila secondo gli organizzatori) che hanno aderito allo sciopero generale e che, fin dalle prime ore del mattino, ieri hanno riempito le strade dell’Aquila partecipando alla mobilitazione regionale organizzata dalla Cgil Abruzzo. Sapevano tutto del terremoto del 6 aprile 2009, molti di loro hanno parenti e amici nel capoluogo, ma i fischietti, i tamburi di latta e le tante bandiere rosse sventolanti si sono congelati davanti al ground zero della Casa dello studente e il silenzio è sceso pesante risalendo via XX Settembre, una delle poche arterie riaperte che offre una drammatica visuale sulle condizioni reali della città . Il lungo serpentone ha ripreso poi vita con slogan, canti e caceroladas dietro allo striscione di apertura che reclama «Equità  lavoro ricostruzione: L’Abruzzo è L’Aquila e L’Aquila è l’Abruzzo». Ma le bocche sono rimaste spesso spalancate girando tutto intorno alla zona rossa ancora off-limits prima di fermarsi per il comizio finale in piazza Duomo.

Non è un caso che Landini sia proprio qui all’Aquila, dove si sono riuniti gli abruzzesi provenienti da ogni remoto angolo della regione. Sanità , lavoro e sviluppo sono vertenze annose per questo territorio ridotto ormai allo stremo per l’abbandono subito dopo il sisma. «In 14 mesi in Abruzzo ci sono 30 mila occupati in meno e nei primi cinque mesi del 2010 il numero di ore di cassa integrazione ha raggiunto i 13 milioni, uno in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno – spiega Gianni Di Cesare, segretario regionale Cgil – Almeno 6 milioni sono le ore di cassa integrazione straordinaria, quella cioè dovuta a cessazione di attività , fallimento o ristrutturazione dell’azienda». Dati impressionanti soprattutto se si pensa che alcune enclave erano fino a poco tempo fa il fiore all’occhiello della produzione industriale e manifatturiera. Come la Micron ad Avezzano, o la Sevel in Val di Sangro che con i suoi 6.200 operai è tra i più grandi stabilimenti di produzione del gruppo Fiat (con la francese Psa). O come la Val Vibrata, in provincia di Teramo, che «era chiamata la Brianza del Sud, la zona più industrializzata del Mezzogiorno – racconta Giampaolo Di Odoardo, segretario provinciale Cgil di Teramo ­ c’erano 11 mila piccole aziende, modello Veneto, tessili, abbigliamento, metalmeccanici, nessuna grossa industria, ma dal 2009 ad oggi c’è stato un crollo, con 3.500 cassintegrati in più, abbiamo raggiunto il primo posto in Italia per numero di ore di Cig e il secondo posto nel rapporto occupati/cassintegrati». Un disastro, anche perché si tratta di una terra – l’Abruzzo – dove l’età  media è già  molto alta e «il 72% dei pensionati vive con meno di 600 euro al mese», aggiunge Di Odoardo. E infatti i capelli bianchi sono numerosi tra i manifestanti abruzzesi, e le bandiere della Spi-Cgil la fanno da padroni.

Una regione in crisi industriale e sociale che oggi non può far altro che sprofondare nell’abisso dove è calato il suo capoluogo. All’Aquila infatti i numeri diventano agghiaccianti malgrado il polo chimico della Dompé, Menarini e Sanofi-Aventis abbia retto, e l’Alenia e la Selex aeronautica abbiano deciso di investire qui ricostruendo nuovi stabilimenti al posto di quelli distrutti dal sisma: «Dal giorno del terremoto nell’aquilano sono rimaste senza lavoro 15 mila persone – dice Umberto Trasatti, segretario provinciale Cgil ­ la Cig complessiva è aumentata del 736% e nel primo trimestre del 2010 è ulteriormente cresciuta del 423% si tratta maggiormente di Cig straordinaria dovuta alla ricostruzione che non è mai partita. In provincia nel 2009 sono andati persi 6 mila posti di lavoro».
Ecco perché anche per Landini «la ricostruzione dell’Aquila è un problema di tutto il Paese – ha detto dal palco davanti alla basilica delle Anime sante – perciò per la manifestazione aquilana del 6 luglio a Roma ci prendiamo un impegno proprio da questa piazza». «Se si arriva a chiedere indietro i soldi a gente che neanche lavora – ha aggiunto poi tra gli applausi – si è alla follia». Landini parla di «cultura del diritto» emersa tra i lavoratori di Pomigliano (presenti con una delegazione) come tra i cittadini dell’Aquila: «È ciò che ci rende cittadini e non sudditi con un cappello in mano». Le bandiere nero-verdi hanno sventolato più alte.


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