Accordo sui “dannati” di Baqr Tripoli libera i rifugiati eritrei

Perplessità  delle Ong: restano dei “sorvegliati speciali” meglio trasferirli in Europa

Grazie alla mediazione italiana otterranno un lavoro socialmente utile in Libia

DANIELE MASTROGIACOMO - la Repubblica Sergio Segio • 8/7/2010 • Diritti umani & Discriminazioni • 223 Viste

ROMA – «Abbiamo raggiunto un accordo», annuncia il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, «che consentirà  di uscire a tutti gli eritrei rinchiusi a Braq». «E’ un eccellente risultato», commenta soddisfatta Margherita Boniver, inviato della Farnesina per le emergenze umanitarie. La crisi provocata dall’assurda detenzione dei rifugiati eritrei e somali nello spaventoso carcere del deserto libico sarebbe dunque risolta. Le denunce delle organizzazioni internazionali, le interpellanze parlamentari e gli appelli disperati di molte ong hanno spinto il governo italiano a muovere passi concreti nei confronti di Tripoli. Dopo un lunga trattativa, le autorità  libiche hanno rivisto le loro posizioni e accettato di reinserire nella vita civile i rifugiati.
Secondo l’accordo, firmato con il ministro del Lavoro di Tripoli, i 245 cittadini di Asmara potranno lasciare il carcere «in cambio di un lavoro socialmente utile in diverse shabie (prefetture) della Libia». Ma le cose, stando ai responsabili delle associazioni dei rifugiati, non stanno esattamente così. L’accordo è molto fumoso e pieno di trappole. «E’ solo un modo di rinviare il problema», ci spiega don Mussie Zerai, presidente di Habeshia, agenzia per la cooperazione allo sviluppo. «La Libia non riconosce lo status di rifugiati. Per uscire dal carcere obbliga quei cittadini eritrei a firmare un modulo nel quale vengono identificati, con tanto di foto, e dove ammettono di aver commesso un reato gravissimo per le autorità  di Asmara. Sono fuggiti dal loro paese, non hanno adempiuto agli obblighi di leva. Sono passibili di una condanna che si traduce in una multa salatissima: l’equivalente di tremila euro. Praticamente lo stipendio di un anno. Se non sono in grado di pagarla, l’Eritrea si rifà  sui familiari rimasti a casa. I quali se non hanno i soldi sconteranno una lunga detenzione. Gli eritrei», aggiunge don Mussie, «continueranno ad essere dei vigilati speciali e alla prima retata finiranno ancora dentro».
E’ perplesso anche Christopher Hein, direttore del Cir. «Fino a quando non conosceremo le esatte modalità  dell’accordo restiamo molto preoccupati. La vera soluzione è accogliere i rifugiati eritrei in Italia e in altri due paesi europei». Un’ipotesi accolta dal sottosegretario Craxi. «Se si presentassero le stesse condizioni il governo italiano farà  la sua parte». Ci sperano anche i 205 ancora detenuti a Braq. Cento tra loro avevano già  sottoscritto la dichiarazione il 29 giugno scorso. Non è servito a nulla: sono stati picchiati e trasferiti nel deserto assieme agli altri. «Siamo ancora in carcere», ci hanno detto. «Non sappiamo cosa ci accadrà . Vogliamo solo tornare a vivere. Lontano da questo inferno».

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