Dambisa Moyo: “Prestiti, non elemosina: solo così si aiuta davvero l’Africa”

L’economista africana autrice del bestseller “La carità  che uccide”, a Bologna per il festival Molteplicittà , mette sotto accusa il sistema degli aiuti umanitari: “Hanno portato corruzione e instabilità  politica, meglio interromperli”

Redattore sociale Sergio Segio • 8/7/2010 • Globalizzazione,sviluppo, multinazionali • 171 Viste

BOLOGNA – Gli aiuti al continente africano? Hanno portato miseria, corruzione e instabilità  politica. È l’opinione dell’economista Dambisa Moyo, ospite a Bologna di Molteplicittà , la rassegna ideata da Legacoop (con il patrocinio di comune, provincia e regione, aperta fino al 18 luglio) per parlare di immigrazione e non solo. Nata in Zambia, la Moyo ha studiato negli Usa, ha lavorato per Golman Sachs e nel 2009 è stata inserita da Time nella lista delle personalità  più influenti del pianeta. Ma è famosa soprattutto per aver messo in tavola una questione spinosa finora solo mormorata: la dubbia efficcacia degli ingenti aiuti umanitari all’Africa, al centro del libro “Dead Aid”, tradotto in Italia per Rizzoli con “La carità  che uccide”.

Ospite della libreria Coop Ambasciatori, la Moyo spiega cosa intende esattamente con il termine “aiuti”. “Non parlo degli aiuti umanitari in casi di emergenze, per terremoti o tsunami, né della carità  di singoli individui, che mandano piccole somme di denaro per una scuola o un progetto. Né delle Ong: con alcune di loro collaboro, ma non vogliamo un mondo basato sulle Ong. Passi per emergenze di breve termine, ma non porteranno mai alla crescita economica dell’Africa. In 60 anni il continente africano ha ricevuto mille miliardi di dollari dai governi internazionali: dove sono finiti?”. Secondo l’economista, che ha raccolto conferme da politici di tutto il mondo, compresi leader africani come Kagame, presidente del Rwanda, “gli aiuti creano problemi, e il più ovvio è la corruzione. I governi rubano i soldi, e comunque non hanno bisogno di lavorare sodo, cercare consensi tra il proprio popolo e i leader internazionali, perché i soldi arrivano comunque. Gli aiuti uccidono l’imprenditoria, e quindi l’innovazione. Non essendoci sviluppo nel settore privato, l’unico modo per sopravvivere è avere soldi dal governo”.

La Cina ha un ruolo chiave nel futuro che Dambisa ha in mente, fatto di microfinanziamenti, rimesse dall’estero, libero commercio. “Sono un modo diretto per investire in piccole imprese. Bisogna prestare, non fare l’elemosina. La Cina in 30 anni si è tirata fuori dalla povertà , adesso investe in Africa, e va benissimo. L’unica cosa che interessa ai cinesi sono i vantaggi per il popolo cinese, non democrazia o religione dei paesi in cui investono. Uno scambio dove non c’entrano carità , pietà  o aiuti. Trovo ingiusto che l’Occidente si metta a questionare su un nuovo colonialismo cinese quando Stati Uniti, Gran Bretagna o Italia fanno affari con la Cina e nessuno apre bocca. O che i media si concentrino su danni ambientali o sociali. Se ce ne sono, è un problema dei governi africani, loro devono tutelare il proprio paese, non l’Occidente”. E a proposito di colonialismo, Dambisa non sente ragioni: “Basta con questa storia. Sono passati 50 anni. Morirò senza aver visto progressi in Africa a causa di questi discorsi”. (eva brugnettini)

 

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