Dentro il processo di Guantanamo

In aula Ibrahim Al Qosi, l’autista di Bin Laden. Barba lunga , occhiali sul naso, vestito con una tunica. È accusato di complotto contro gli Usa

Il factotum del capo di Al Qaeda ha deciso di dichiararsi colpevole di complotto contro l’America davanti al tribunale militare di Guantanamo. Otterrà  così uno sconto di pena e darà  ad Obama un vittoria politica Il supercarcere per presunti terroristi ha avuto 800 prigionieri e tre sole condanne Ibrahim Al Qosi è sepolto vivo da otto anni in questo cimitero della giustizia Il patteggiamento comporterà  uno sconto di pena e probabilmente il rimpatrio Il detenuto num. 54 avrà  diritto a un difensore venuto dal suo Paese, il Sudan

ANGELO AQUARO - la Repubblica Sergio Segio • 8/7/2010 • Diritti umani & Discriminazioni • 151 Viste

GUANTANAMO BAY. L’autobus giallo della scuola elementare WT Samspon sfreccia davanti allo Starbucks di Sherman Avenue mentre Ibrahim Ahmed Mahomoud Al Qosi, l’uomo che serviva il padrone più cattivo del mondo, si alza in piedi nel palazzotto di Camp Justice e solleva la mano destra. «Giura di dire la verità , tutta la verità , nient’altro che la verità ?». «Na-am» risponde il detenuto con la barba lunga e bianca, gli occhiali tondi sul naso, la tunica con le maniche corte sempre bianca che scopre i calzoni – bianchi – e le scarpe di tela blu. Una scuola è una scuola è una scuola: anche se fai fatica a immaginarla in questo posto chiamato Guantanamo. E un detenuto che cos’è? Quel signore in piedi davanti alla commissione militare fino a ieri era l’incarnazione del fallimento della giustizia di George Bush & Dick Cheney.
Per tre volte il suo processo è stato intentato e per tre volte è ricominciato da zero come in un tragico gioco dell’oca. Otto lunghissimi anni. Fino alle ore 12 di questo 7 luglio 2010. Lo spettacolo dell’uomo con la barba bianca naturalmente è vietato ai 400 bambini americani a cui raccontano che Guantanamo Bay è un posto normale. È dal 1931 che gli yankees accolgono i figli dei loro soldati nella base strappata a Cuba centodieci anni fa. Pagano ancora 4mila dollari al mese di affitto per quell’angolo di Caraibi che dopo l’11 settembre ha cancellato in tutto il mondo le note di speranza di «Guantanamera».
Ma i barbudos di Fidel Castro quell’elemosina non l’hanno mai incassata: questa terra è la nostra terra e gli invasori prima o poi se ne devono andare. Ma quando mai: semmai il contrario. L’Us Naval Base di Guantanamo Bay, cento chilometri quadrati a stelle e strisce, è la Cuba che verrà : linda e tranquilla e con le Avenue B e C che seguono immancabilmente la A come in ogni angolo d’America che si rispetti. Altro che i vicoli dell’Havana che si tuffano disordinatamente nel Malecon di tutti i vizi.

Peccato che proprio come nei capolavori di Hollywood l’incubo è dietro l’angolo: tra la cappella di Nuestra Seà±ora de la Caridad del Cobre, che fa tanto folclore, e la Naval Chapel, che fa tanto Massachusetts. Ibrahim Ahmed Mahmoud Al Qosi, anche noto come Mohammed Saleh Ahmed, anche noto con gli altri 18 nomi e nomignoli sussurrati nei bunker di Al Qaeda e custoditi nei file del Pentagono, è sepolto vivo da otto anni nel cimitero della giustizia di Guantanamo. Ma oggi l’uomo che ha seguito e servito Osama Bin Laden – autista, cuoco, guardia del corpo e cassiere – da Khartoum a Kabul, dal suo Sudan all’Afghanistan, ha deciso di cambiare la sua storia. E, forse, anche quella del supercarcere.
Il capitano John Murphy della Us Navy, il capo dell’accusa, dice che per lui è «un incredibile orgoglio» annunciare che Al Qosi ha deciso di dichiararsi colpevole. E ha ragione. L’incubo del supercarcere e delle corti militari si riassume in due cifre da processo kafkiano: ottocento prigionieri, tre condanne sole. Ora quella di Al Qosi (la sentenza è prevista per il 9 agosto) sarà  la quarta. E la prima dell’era di Barack Obama: il presidente che questo inferno aveva promesso di chiuderlo. Inutilmente.
Altro che armi di distruzione di massa. L’aria condizionata sparata nell’aula del tribunale stroncherebbe chiunque: tranne i ragazzi che qui alla base vivono praticamente in ibernazione intermittente. Le pale eoliche che ti vietano di fotografare contribuiscono per un quarto all’energia dell’isola. Fuori, i 40 gradi all’ombra e la spiaggia del Tikki Bar, che se non fosse per le insegne della Joint Task Force ti vedresti in vacanza, parlano di un altro mondo. Ma il capitano Steven Blaisbell ci crede davvero al suo paradiso. Nell’attesa che caschi l’ultimo Muro, e con l’allentamento dell’embargo gli Usa possano finalmente invadere – almeno in vacanza – Cuba, il nuovo comandante ha fatto scrivere «Perla dei Caraibi: Benvenuti a bordo» sul cartellone elettronico e laccato che introduce alle meraviglie della base.
Tre giorni fa l’ex guardia del corpo di Osama ha compiuto proprio in questa perla – in quel Camp Delta dove i detenuti assalivano i carcerieri con l’unica arma che possedevano: feci e sputi – il suo cinquantesimo compleanno. Quando ha cominciato a servire il suo padrone era un ragazzo uscito dal liceo e dal Politecnico di Khartoum all’inizio degli anni ‘90. Con lui ha vissuto i giorni delle peggiori battaglie. L’attentato allo Uss Cole. Quello alle ambasciate americane in Kenya. Il giudice militare Nancy Paul – bionda e paffutella, colonnello della Marina in pensione – specifica che Al Qosi «non era al corrente» e «non è mai stato coinvolto» nella pianificazione degli attentati. Però la fuga da Kandahar a Tora Bora del Capo l’ha organizzata lui. Vero, Mr. Qosi? «Yeah», risponde l’imputato che nell’ultimo periodo è diventato «coollaborativo» e segue in cella anche i corsi di inglese. Che cosa l’ha spinto a cambiare?
Il sudanese è stato tra i primissimi ad arrivare qui dentro: l’arresto tra i Taliban in disfatta, la prigione degli orrori di Kandahar dove i vivi dormivano accanto ai morti, fino a quel viaggio dall’altra parte del mondo. Gennaio 2002. C’era anche lui nell’esercito dismesso di quei fantasmi in tuta arancione. Le foto infami di Camp X Ray che adesso è soltanto un accampamento da day after con le inferriate arrugginite e i reporter che una volta all’anno si aggirano come turisti. Per otto anni Al Qosi ha detto no e poi no urlando in faccia ai giudici con le stellette che lui non avrebbe mai riconosciuto quel processo farsa. Adesso invece dice «yeah» e «’na-am» quando il giudice Paul gli legge le imputazioni di «complotto» e «sostegno materiale alla causa del terrorismo».
Obama aveva promesso di abolire anche il tribunale militare. Salvo poi rispolverarlo – dopo una sospensione di 120 giorni – in una versione riveduta e corretta che adesso porta alla “sua” prima condanna. Grazie alle nuove norme, accanto a Mr. Al Qosi può sedere un avvocato arrivato direttamente dal Sudan, Ahmed El Mufti. Anche per questo il detenuto numero 54 ha deciso di patteggiare. Una condanna avrebbe comunque significato l’ergastolo. Accettando le sue colpe va allo sconto di pena. E, probabilmente, a casa, grazie ai negoziati tra Usa e Sudan. Così il numero degli ospiti scenderà  a quota 180. Che sono ancora troppi per chiudere baracca entro fine anno (come Obama, sforato il limite del 2009, aveva ripromesso), ma sono comunque pochi per questa struttura che continua a sbandierare sette campi di massima sicurezza arrostiti dal sole.
Gli attivisti umanitari naturalmente non ci stanno. Jamal Darkwar è venuto come osservatore di Aclu insieme ai colleghi di Human Rights Watch e si dice «sconvolto» da questa farsa che «non produce giustizia». Obama ha «deluso»: «Non puoi continuare a dire voltiamo pagina se prima non l’hai riletta tutta». Ma la condanna di Al Qosi potrebbe trasformarsi a sorpresa in un modello. E rilanciare le quotazioni di Cia e Pentagono che – non è un segreto – avrebbero preferito destinare al tribunale militare anche Khalid Sheik Mohammed, la mente dell’11 settembre per il quale tra le polemiche il governo ha stabilito il processo civile.
L’autore del complotto contro l’America per ora sverna nella località  più segreta della base: nel Camp 7 che nessuno ti dice neppure dov’è sono segregati i durissimi di Al Qaeda. È la Guantanamo che abbiamo imparato a odiare. Quella dell’inferno delle torture e del waterboarding che una ristrutturazione da mezzo miliardo di dollari (comprensiva di pista da go-kart e campo da calcio su cui per la verità  sgambettano solo le soldatesse) non cancellerà  mai. Quella che quando leggi il menu del Bayview ti si stringe lo stomaco: come si fa a chiamare la specialità  del posto – «scelta di pane bianco o nero, bacon, prosciutto, tacchino arrosto, lattuga e pomodoro» – «GTMO Club Sandwich»?
A turno finito, i militari si mettono in shorts e si chiudono nell’aria condizionata di Starbucks per chattare – come succede in ogni Starbucks d’America – con il wi-fi gratuito. Mr. Qosi l’hanno rispedito in cella. Sulla Sherman Avenue, che taglia in due le vite di ottomila soldati, spicca l’annuncio del supermercato Subway: «Sconto del 25 per cento sui migliori shampoo». Una bella doccia e via.

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