Detenuti eritrei, l’Italia tratta con Gheddafi

 Il richiamo del Consiglio d’Europa al governo. Frattini e Maroni: stiamo mediando    I 245 rifugiati sono rinchiusi nel centro di Braq, in mezzo al deserto: “Sono stati violati i diritti umani”  

DANIELE MASTROGIACOMO - la Repubblica Sergio Segio • 7/7/2010 • Diritti umani & Discriminazioni • 171 Viste

ROMA – Diventa un caso politico il destino di 245 immigrati eritrei, picchiati selvaggiamente e trasferiti a bordo di due porta container dal centro di identificazione di Misurata al carcere di Braq, in pieno deserto, nel sud della Libia. Grazie alla mobilitazione di numerose organizzazioni dei diritti umanitari, alle pressioni del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) e ad Amnesty international, il governo italiano ha deciso di muovere i primi passi diplomatici nei confronti di Tripoli. «L’Italia – scrive il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, in una lettera inviata ai ministri Maroni e Frattini – ha il dovere di vigilare sul rispetto dei diritti umani e di evitare di rinviare migranti, inclusi richiedenti asilo, in Paesi dove rischiano di essere torturati o maltrattati».
Sommersi da interrogazioni parlamentari dell’opposizione, Idv, Sinistra e libertà  e Pd, dalle Acli alla stessa Udc, i titolari dell’Interno e degli Esteri corrono ai ripari. Spiegano che è in corso «una mediazione italiana», che «un rappresentante della nostra ambasciata già  nelle prossime ore potrà  visitare i rifugiati nel centro di Braq» ma invitano alla cautela e soprattutto alla discrezione. «Abbiamo scelto», rivendicano i due ministri, «una strada diversa da quella della pubblicità , perché siamo convinti che non ci aiuterebbe. Chiediamo un’azione internazionale capace di coinvolgere l’Onu e le sue agenzie». Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati, si è attivato sin dal 2 luglio con una serie di richieste pressanti al ministro degli Interni. «Sappiamo che tra i 245 eritrei, tra cui donne e bambini, ce ne sono molti che avevano raggiunto l’Italia e che avrebbero dovuto essere accolti come rifugiati politici. L’incertezza dimostrata in queste ore denota l’imbarazzo del governo italiano. Da un lato celebra il successo dell’accordo bilaterale con la Libia nel campo dell’immigrazione dall’altro tace sul fatto che questo accordo non contempla il rispetto dei diritti umani e dell’asilo politico». Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, spiega che «non c’è tempo da perdere. Bisogna evitare assolutamente che queste persone siano rimpatriate in Eritrea. Questo – ricorda – è il quarto tentativo da parte della Libia di rimpatriare in modo forzato dei rifugiati. Dal maggio del 2009 ben 800 persone sono state riportate in Eritrea e in altri paesi del Corno d’Africa. Lo ammette lo stesso governo italiano. Molti erano rifugiati politici. Non si sa che fine hanno fatto. Evitiamo che accada anche questa volta». Domani mobilitazione davanti all’ambasciata libica a Roma. Una fiaccolata dalle 18 alle 20 raccoglierà  centinaia di persone. L’obiettivo è liberare i “dannati” di Braq.

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