E dopo i 52 liberati? La «nuova fase» di Raàºl

CUBA I duri di Miami furiosi con la chiesa

Roberto Livi - il manifesto Sergio Segio • 11/7/2010 • Diritti umani & Discriminazioni • 197 Viste

L’AVANA. Raàºl Castro ha fatto la sua mossa, inaspettata e ad effetto, decidendo la liberazione dei 52 «prigionieri di coscienza» – come li definisce Amnesty (che ne indica 63 in totale)- rimasti in carcere dopo la stretta repressiva della «primavera nera» del 2003. Non solo, secondo il ministro degli esteri spagnolo Moratinos il presidente cubano si è impegnato a «risolvere definitivamente» il problema dei detenuti politici. Dunque, a liberare altri detenuti oltre i 52, fra i 167 che secondo dati dell’opposizione sono in carcere (ora ridotti a 115). Una scelta che, con le parole di Moratinos «apre una nuova fase a Cuba».
Una fase senza dubbio cruciale per l’isola, soffocata da una crisi economica senza precedenti, che può minare la sua struttura socialista così concepita e voluta da Fidel. Sulle prossime mosse del governo dell’Avana restano dubbi ed interrogativi – tempi, modalità , numero dei prigionieri da liberare, il loro destino nell’isola o fuori. Questioni importanti che saranno sotto la lente di ingrandimento di Ue e Usa e già  sono oggetto del fuoco di sbarramento dell’opposizione interna e soprattutto esterna. Ma che non limitano un giudizio qui condiviso: che la mossa di Raàºl sia di natura strategica, non un tatticismo per guadagnare tempo.
L’urgenza di riformare il socialismo cubano – o farlo evolvere come affermano molti intellettuali, fra cui il cantautore Silvio Rodrà­guez o il cineasta Alfredo Guevara -, sentita dalla gran parte della popolazione, non lascia spazio a tali manovre. Del resto, fino a pochi mesi fa nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla possibilità  di un dialogo tra il governo e la chiesa cattolica, tantomeno che il governo autorizzasse (ovviamente non in modo esplicito) il vertice ecclesiastico cubano – con l’appoggio chiaro del Vaticano – a condurre una mediazione su due fronti. Uno rivolto agli Usa, l’altro, alla comunità  cubano-americana.
Questo secondo tema – «riconciliazione e dialogo tra cubani dell’isola e quelli dell’esilio» – è stato uno dei punti centrali affrontati qui all’Avana nel corso della settimana sociale cattolica, inaugurata a metà  giugno dal ministro degli esteri del Vaticano, mons. Dominique Mamberti. Intellettuali dei due lati dello stretto di Florida hanno discusso su come si possa aprire «una fase di consenso che metta fine a quella dello scontro» dopo 50 anni di drammatica separazione e, con la mediazione della chiesa, gettare un ponte che, oltre agli intellettuali, coinvolga anche governo e forze armate. Perché – dice il sociologo Aurelio Alonso – non si può progredire nella ricerca del dialogo interno escludendo la comunità  cubano-americana.
Pochi giorni dopo la conclusione di questa settimana cattolica l’arcivescovo dell’Avana, il cardinale Jaime Ortega, si è recato a Washington per una missione non prevista che, seppur definita «di bassa visibilità », gli ha permesso di incontrare alti dirigenti dell’amministrazione Obama. L’apertura della «nuova fase» annunciata da Raàºl getta una luce diversa sulla missione del cardinale. Il presidente Obama ha in varie occasioni affermato che la sua «nuova» politica verso Cuba avrebbe seguito un canone chiaro: ad ogni apertura dell’Avana su diritti umani e libertà  democratiche sarebbe seguita un’apertura politica Usa.
Ora il segnale dato da Raàºl è inequivocabile. «Una misura tardiva ma benvenuta», ha commentato acido il segretario di stato Hillary Clinton, comunque «insufficiente» a cambiare la posizione Usa verso Cuba. Obama è di fronte anche a un’altra importante scadenza: entro metà  agosto sarà  discusso alla Camera il progetto di legge bipartisan – presentato dal democratico Colin Peterson e dal repubblicano Jerry Moran – che vuole ristabilire il diritto dei cittadini Usa a viaggiare a Cuba (vietato da Eisenhower nel ’61) ed eliminare le restrizioni alla vendita di alimenti all’Avana. Il progetto è stato votato dalla Commissione agricoltura della Camera il 30 giugno. Da allora, la lobby dei duri anti-castristi (la «mafia di Miami») guidata dai deputati repubblicani di origine cubana Iliana Ros-Lehtinen, Lincoln e Mario Diaz-Balart e dal senatore Robert Menéndez sta facendo il diavolo a quattro (e usando a piene mani fondi che non mancano mai: 11 milioni di dollari a 400 parlamentari solo fra il 2004 e 2008) per bloccare la proposta. I duri di Miami, come la Ros-Lehtinen, hanno reagito furiosamente all’annuncio della liberazione dei 52 detenuti accusando chiesa di privilegiare «la salvezza del governo a quella dei cittadini».
La battaglia che ora si annuncia a chiare lettere è: quanti sono i prigionieri politici che devono essere liberati? Il ministro spagnolo Moratinos ha messo in chiaro che alcuni dei restanti 115 sono accusati di delitti di sangue, sabotaggio e azioni terroristiche. L’altra questione è se i prigionieri liberati saranno «costretti all’esilio» in Spagna o altrove (i primi 5 dei 52 che saranno liberati partiranno per Madrid). Questioni importanti che possono essere agitate in modo strumentale da chi non accetta e si oppone alla «nuova fase» inaugurata da Raàºl Castro.

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