E la Cina anche quando rallenta cresce dieci volte più dell’Occidente

La Cina rallenta un po’ la sua crescita, impressionante quanto quella delle culle negli ultimi trimestri. Ma non si tratta di cattiva notizia. Intanto perché il prodotto interno lordo migliora a doppia cifra, circa dieci volte il ritmo dei paesi occidentali. Inoltre perché si allontana lo spettro dell’inflazione, che ha indotto Pechino a restringere il credito e a sbrigliare lo yuan verso il rafforzamento.
Il Pil nel secondo trimestre sale del 10,3% (rispetto a 12 mesi prima), meno delle attese e del +11,9% tra gennaio e marzo. C’è la mano del governo, perché i maggiori requisiti patrimoniali chiesti alle banche hanno ridotto del 22% i prestiti. Così l’inflazione ha rallentato a giugno (+2,9% l’anno, a maggio il carovita era il 3,1%). I dati mostrano anche il balzo degli investimenti stranieri, +19,6% nel semestre a 51,43 miliardi di dollari. Nel periodo, ben 12.400 società  estere sono state autorizzate a operare in Cina (+18,8%), e la percentuale di commercio estero cinese prodotto da “stranieri” sale al 53,7%. Un bel paradosso, e un circolo vizioso che drena valuta pregiata e importa tecnologie e saperi dal “primo mondo”.
«Il calo del Pil è un successo delle autorità  – dice a Radiocor Qu Hongbin, capo della ricerca cinese di Hsbc – e il raffreddamento durerà . La Cina mira a una crescita di circa il 9% nel secondo semestre: se centra l’obiettivo consentirà  un altro apprezzamento dello yuan di circa il 3-5%». Super dirigismo. E il bello è che gli eredi di Mao tra mercati e politica economica finora non sbagliano un colpo.
Se l’economia veleggia tra problemi grassi, la Borsa di Shanghai vive una fase di realizzi dopo anni di voli. Il Composite Index perde il 26% da gennaio, è il quinto peggiore al mondo. Ieri non lo ha sollevato neppure il debutto di Agricultural Bank of China, la “banca di Mao” partita con un tenue rialzo dello 0,8%. Tra scambi record però, come record (mondiale) è il suo capitale sottoscritto: più di 22 miliardi di dollari. In ogni caso neppure dalle banche, spauracchi dell’Ovest, la Cina teme. Secondo Mediobanca R&S i primi 10 istituti cinesi non hanno risentito di tre anni di crisi finanziaria. Nel 2008 hanno guadagnato un terzo dei ricavi, senza quasi fare trading, né derivati. Sono sovracapitalizzate. Anche qui, insomma, altri mondi.


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