E nel carcere di Braq la sorte degli eritrei è appesa a un filo

Appesi a un filo. Il rischio di deportazione in Eritrea per i 245 immigrati rinchiusi nel campo di Braq, nel sud della Libia, si fa sempre più concreto. Secondo fonti ben informate, a Tripoli si susseguono frenetici incontri tra diplomatici eritrei e funzionari della Jamahiriya. Lo stesso presidente Isaias Afewerki sarebbe giunto nella capitale libica, probabilmente per chiedere il rimpatrio dei «traditori».

Stefano Liberti - il manifesto Sergio Segio • 6/7/2010 • Diritti umani & Discriminazioni • 177 Viste

Secondo una specie di accordo raggiunto ieri, ai detenuti eritrei sono state prospettate due alternative: riempire i formulari con i loro nomi e accedere così a un programma di lavoro in Libia oppure essere rimpatriati forzatamente. Se la prima opzione sembra apparentemente preferibile, in realtà  è proprio il fatto di riempire quei moduli ad aver scatenato la settimana scorsa le proteste degli eritrei e la feroce reazione delle autorità  libiche, che dal centro di Misratah sulla costa del Mediterraneo li hanno trasferiti in fondo al deserto del Sahara a bordo di tre camion-container. I formulari sono infatti scritti in tigrino (la lingua che si parla in Eritrea) e sono fatti apposta per essere trasmessi alle autorità  eritree. Le quali poi si rivarranno, come è abitudine nello stato del Corno d’Africa, sulle famiglie di coloro che hanno abbandonato il paese, incarcerando i parenti dei fuggitivi o estorcendo loro denaro. In Eritrea, dittatura brutale che prevede un servizio militare di durata illimitata, l’abbandono del territorio nazionale senza permesso è un crimine di stato ed è punito severamente.

Intanto la situazione all’interno del centro è sempre più critica. I reclusi eritrei lamentano la mancanza di acqua e la totale carenza di igiene. Molti soffrono di diarrea e di altre malattie infettive. «Siamo qui da quasi una settimana e non abbiamo ancora visto un dottore. Vediamo solo le guardie, che ci picchiano in continuazione e ci dicono che ci rimanderanno nel nostro paese». Il centro di Braq è stato militarizzato: è ora gestito da un reparto speciale dell’esercito, molto più violento delle guardie dei centri per immigrati. Ai detenuti è stato detto che «erano stati fortunati a non essere stati ammazzati subito, per aver osato ribellarsi nel campo di Misratah».

Di fronte a una situazione che peggiora di ora in ora, i 245 eritrei si appellano alla comunità  internazionale affinché non li abbandoni. Dicono di non voler essere rimpatriati in Eritrea, ma nemmeno di voler tornare a vivere nelle condizioni in cui stavano prima che scoppiasse il caso, ossia in un «normale» centro di detenzione libico. «Vogliamo essere distribuiti in vari paesi, in cui sia riconosciuto il nostro status di rifugiati e richiedenti asilo».
Ma alle loro richieste non è ancora giunta risposta. Se il “resettlement” (ossia il loro trasferimento in paesi che hanno firmato la convenzione di Ginevra) sembra essere l’unica soluzione praticabile, per il momento nessuno si è fatto avanti. Nemmeno l’Italia, che pure ha accolto nel 2009 un gruppo di eritrei provenienti proprio da Misratah e che ha una responsabilità  diretta in quello che sta accadendo, dal momento che undici dei 245 detenuti di Braq sono stati respinti in mare verso la Libia proprio dalla marina militare italiana, in violazione del principio di non refoulement della Convenzione di Ginevra.
Ieri mattina, il ministro degli esteri Franco Frattini ha chiamato il presidente del Consiglio italiano dei rifugiati (Cir), che aveva fatto un appello urgente sia al ministero degli esteri che alla presidenza della repubblica affinché l’Italia faccia un passo. Il ministro avrebbe rassicurato Pezzotta, dicendogli che «tutti i canali sono stati attivati», senza tuttavia aggiungere dettagli in proposito. Anche l’organizzazione Amnesty international ha lanciato un appello a Tripoli affinché «garantisca acqua, cibo e medicine» ai rifugiati eritrei e, soprattutto, non li rispedisca in patria, dove «rischiano di subire la tortura, punizione riservata ai colpevoli di ‘tradimento e diserzione». «Non si capisce perché solo l’Italia si debba fare carico di questi rifugiati», ha detto in serata il portavoce della Farnesina Maurizio Massari, che ha sollecitato« un intervento solidale dell’Unione europea». 11 ERITREI erano arrivati
nelle acque territoriali italiane quando sono stati intercettati
da una motovedetta che li ha riportati indietro verso le coste della Libia

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Sì al rimpatrio di 260 prigionieri nigerini
La Libia è pronta a rimpatriare più di 260 «prigionieri nigerini», ma fra loro dovrebbero esserci anche immigrati. È quanto riportava ieri l’agenzia libica Jana. Diverse organizzazioni internazionali, in primis Amnesty International, hanno attaccato la Libia per quello che ritengono un «trattamento inumano» dei cittadini di altri Paesi africani che finiscono nelle carceri libiche, come prigionieri o immigrati illegali. Lo scorso mese la Libia ha siglato un accordo sulla cooperazione giudiziaria con la giunta militare che governa il Niger, grande esportatore di uranio e in questo momento alleato di Tripoli. Secondo l’agenzia Jana, 111 prigionieri hanno già  lasciato la Libia e altri 150 sono in partenza. Il rimpatrio avviene in base all’accordo di cooperazione giudiziaria.

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