Eritrei in Libia, “ora rischiano i lavori forzati”

La denuncia in un documento diffuso dal giurista Fulvio Vassallo Paleologo dell’Università  di Palermo. L’accordo annunciato dalle autorità  libiche per la ‘residenza in cambio di lavoro’ non garantisce il diritto d’asilo

Redattore sociale Sergio Segio • 8/7/2010 • Diritti umani & Discriminazioni • 198 Viste

Palermo – Rischiano i lavori forzati i 250 rifugiati eritrei rinchiusi nel carcere libico di Brak, nei pressi di Sebha. E’ quanto denuncia il giurista Fulvio Vassallo Paleologo dell’università  di Palermo. “L’accordo di liberazione e residenza in cambio di lavoro” annunciato dal ministro della Pubblica Sicurezza libico, il generale Younis Al Obedi, che prevede “ lavoro socialmente utile in diverse shabie (comuni) della Libia” nasconde, secondo Paleologo, una forma diversa di detenzione nei campi di lavoro libici. Il documento si intitola “arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) in riferimanto alla scritta che campeggiava all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz.  Paleologo denuncia che “ una parte soltanto dei detenuti di Sebha ha accettato” e che questa condizione  “non permetterà  loro alcuna libertà  di circolazione, come spetterebbe a qualunque titolare del diritto di asilo, e li consegnerà  ad una rigida catena gerarchica che esigerà  da loro un vero e proprio lavoro forzato”. Il docente di Diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero presso la Facoltà  di Giurisprudenza dell’Università  di Palermo, si chiede ancora: “Che fine faranno poi coloro che non accetteranno l’imposizione di questa ulteriore deportazione? Quali mezzi di persuasione verranno impiegati?” Nel documento si sottolinea che “ Il lavoro promesso in cambio della libertà  appare solo come un tentativo di disperdere il gruppo di profughi eritrei, da giorni vittima di torture e violenze da parte della polizia libica, e rendere più difficili le inchieste internazionali sulle responsabilità  di questa ennesima deportazione violenta subita da persone che avrebbero dovuto essere accolte come rifugiati”.

Il giurista palermitano sostiene che diverse testimonianze raccolte smentiscono le dichiarazioni del ministro dell’Interno Roberto Maroni, il quale ha negato il coinvolgimento del governo italiano nella vicenda dei profughi eritrei trattenuti in Libia perché non sarebbe dimostrato che si tratti delle stesse persone respinte in mare dall’Italia. “La Corte Europea dei diritti dell’Uomo potrebbe emettere una sentenza di condanna per i respingimenti collettivi verso la Libia, vietati da tutte le convenzioni internazionali”, ricorda Paleologo, che entra nel merito degli accordi bilaterali tra l’Italia e altri 30 paesi. “ Il governo italiano non vuole ammettere che gli altri accordi bilaterali sono solo accordi di riammissione, ma non prevedono il respingimento collettivo in acque internazionali, come nel caso degli accordi con la Libia – scrive il giurista – Lo stesso accordo tra Spagna e Marocco, troppo spesso richiamato a sproposito, ha consentito il respingimento di natanti fermati in acque marocchine, e non in acque internazionali, ed in ogni caso il Marocco, a differenza della Libia, aderisce alla Convenzione di Ginevra e consente, sia pure con gravi limiti le attività  dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati”. Viene ricordato un episodio di grave violazione dei diritti umani. “Nei giorni scorsi centinaia di nigerini presenti in Libia sono stati deportati in Niger, come riferisce la stessa agenzia di stampa ufficiale Jana, senza che a nessuno di essi fosse consentito chiedere asilo in Libia o far valere la protezione internazionale”, scrive ancora Paleologo.

Continuano le mobilitazioni per chiedere la liberazione immediata e incondizionata di tutti i profughi eritrei detenuti a Brak, l’accesso per tutti alla procedura di asilo e un ritrasferimento in un paese firmatario della Convenzione di Ginevra. Gli attivisti e i comitati chiedono anche la fine delle deportazioni di potenziali richiedenti asilo e di soggetti vulnerabili come donne e minori verso paesi dittatoriali nei quali potrebbero subire torture o trattamenti inumani o degradanti.  L’appello rivolto ancora una volta ai parlamentari italiani è di impegnarsi per la sospensione del Trattato di amicizia con la Libia, “in base al quale l’Italia dovrà  pagare a Gheddafi diversi miliardi di euro nei prossimi anni per continuare a garantirsi il blocco degli sbarchi, e affari per alcune imprese italiane”. Una manifestazione nazionale per la liberazione degli eritrei è stata indetta a Roma per oggi alle 18.30 davanti all’ambasciata Libica e a Napoli in via Bellini. Domani sit in davanti a tutte le prefetture. I manifestanti porteranno una candela in mano con lo slogan “una luce per la dignità ”. (rc)

 

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