Fini: “Non lascerò la Camera contrasteremo il governo quando farà  leggi ingiuste”

ROMA – Fini: «Non darò le dimissioni da presidente della Camera. Silvio, hai una logica aziendale e confondi il garantismo con l’impunità ». Berlusconi: «Tu non hai una cultura liberale, hai diffamato il partito e instillato il virus della disgregazione. Dovresti prendere esempio da Pertini che in circostanze analoghe nel ’69 offrì le dimissioni dalla presidenza di Montecitorio». Una comunicazione di quattro minuti scarsi, senza domande dei giornalisti, per Fini nella sala di un albergo vicino al Pantheon. Un videomessaggio di Berlusconi ai fedelissimi Promotori della libertà  a cui affida una missione evangelica: «Andate e diffondete la verità ». La giornata illividita e tempestosa che segue l’epurazione dei finiani dal Pdl si consuma così: Fini ai funerali dei caduti di Herat, Berlusconi all’ennesimo conclave con il suo stato maggiore e poi, di sera, a ricevere l’omaggio delle sue deputate (venticinque) al castello di Tor Crescenza, alle porte di Roma. Il Cavaliere a masticare amaro per quell’errore di valutazione sulla consistenza dei finiani, errore che adesso lo obbliga a un’estate di lavoro tra Arcore e Roma e a una campagna acquisti di vaste proporzioni. Fini a ricontare soddisfatto quei 33 deputati e dieci senatori che gli consentono di formare i gruppi parlamentari autonomi a Camera e Senato, pronti a regalare un autunno bollente al governo su ogni singolo provvedimento a cominciare dal federalismo e dalle leggi sulla Giustizia. Del resto è stato lo stesso Fini a dirlo davanti alle telecamere: Futuro e libertà  per l’Italia, così si chiama il suo gruppo, «è formato di uomini e donne liberi che sosterranno lealmente il governo ogni qualvolta agirà  davvero nel solco del programma elettorale, e che non esiteranno a contrastare scelte dell’esecutivo ritenute ingiuste o lesive dell’interesse generale». Un appoggio esterno da contrattare volta per volta, anche se Berlusconi ostenta sicurezza: «Abbiamo i numeri per andare avanti, così come abbiamo ben chiaro il programma da completare e grazie a questa scelta sofferta ma necessaria, siamo nelle condizioni di governare più sereni e nella chiarezza». Se si tratta di chiarezza, Fini lo è stato fino in fondo. «In due ore, senza la possibilità  di esprimere le mie ragioni, sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare». Ma di lasciare la presidenza della Camera non se parla. E Fini lo spiega con uno sferzante atto di accusa al Berlusconi che tratta le istituzioni come la sua azienda: «Ovviamente non darò le dimissioni perché è a tutti noto che il presidente deve garantire il rispetto del regolamento e l’imparziale conduzione dell’attività  della Camera, non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto. Sostenerlo dimostra una logica aziendale, modello amministratore delegato-consiglio di amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni». Così come la legalità , incalza Fini, deve essere «intesa nel senso più pieno del termine, cioè lotta al crimine, come meritoriamente sta facendo il governo, ma anche legalità  intesa come etica pubblica, senso dello Stato, rispetto delle regole». Tre concetti che sembrano dipinti in negativo sull’immagine del premier. Ma non basta: la difesa di questi valori «autenticamente liberali e riformisti del Pdl», giura Fini, «è un dovere anche per onorare il patto con quei milioni di elettori del Pdl onesti, grati alla magistratura e alle forze dell’ordine, che non capiscono perché nel nostro partito il garantismo, principio sacrosanto, significhi troppo spesso pretesa di impunità ». È la condanna del berlusconismo, e infatti per il Cavaliere Fini e i suoi sono traditori. «Per due anni hanno remato contro. Peggio, hanno offerto una sponda ai nostri nemici: all’opposizione, ai settori politicizzati della magistratura, a certa stampa, ai peggiori giustizialisti, accreditando un’immagine falsa e diffamatoria del Pdl. Sono lontanissimi dalla nostra cultura liberale, hanno cercato di riportare in vita i metodi peggiori della Prima Repubblica. Hanno iniettato nel nostro movimento il virus della disgregazione»


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