Gli ultimi manicomi

Ospedale Psichiatrico Giudiziario (Opg), di Barcellona Pozzo di Gotto, Sicilia. Un uomo, contenuto a letto, con una legatura con garza alle mani e ai piedi, con un vistoso ematoma, coperto da un lenzuolo, completamente nudo. L’uomo è legato ad un letto arrugginito, con al centro un foro per feci e urine che finiscono nel pozzetto posto a terra nel pavimento. Di fronte a lui un carabiniere, non sappiamo se scosso dal caldo siciliano o dalla durezza di quella immagine. Non è una scena di un altro secolo. E’ l’undici di giugno scorso e il carabiniere non è lì nel ruolo del custode. E’ un componente dei Nas che accompagnano la delegazione della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia del servizio sanitario nazionale, presieduta dal senatore Ignazio Marino (Pd). L’Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, più familiare come manicomio giudiziario, oggi “ospita” 350 internati. Gli internati sono sofferenti psichici autori di reato, condannati ad una misura di sicurezza che può essere prorogata senza limiti. Fu inaugurato dal ministro Rocco, guardasigilli del governo Mussolini nel 1925. La struttura, nata come primo manicomio giudiziario dell’era fascista, è al momento l’unica che ancora non ha neppure cominciato il percorso previsto dalla riforma penitenziaria.

La visita è a sorpresa ed il resoconto parlamentare è impressionante. Marino parla di «celle luride affollate al di là  della soglia di tollerabilità , internati seminudi e madidi di sudore a causa della temperatura torrida, per lo più sotto l’evidente effetto di psicofarmaci, contenzioni adottate con metodiche inaccettabili e non repertate sugli appositi registri». Ci va giù duro, senza mezzi termini, come anche gli altri componenti della Commissione. E se per la senatrice Donatella Poretti (Radicali) la critica all’uso della contenzione fisica è un atto coerente con la propria storia, le parole del senatore Saccomanno (Pdl), con un curriculum politico assai differente, segnano la gravità  dello stato di cose. Rileva Saccomanno che «dai registri rileviamo che la media della contenzione è di quattro – cinque giorni e non sono riportate motivazioni cogenti anche per un medico non psichiatra, ma solo una generica dichiarazione della sua necessità , nel caso presente, tra l’altro non predisposta dallo psichiatra che sembra essere un materiale professionale raro». Parla, riferendosi alla seconda sezione, (ve ne sono sei in tutto l’Opg), di abbandono sanitario, di degrado igienico, di affollamento con fino a nove persone per cella, del «dramma delle condizioni» di pareti, bagni, letti e lenzuola (cambiate ogni 15 giorni se possibile)». Le cartelle cliniche risultano spesso carenti nell’anamnesi e «certificano per pazienti importanti carenze del programma originario per controlli, regolazioni, indicazioni».
Un fiume di accuse, non nuovo per chi come il manifesto, ha sempre raccontato il dolore dei manicomi giudiziari, ma che assume nuovi contorni. Una situazione “oggettiva” che lo stesso direttore Nunziante Rosania definisce «un momento di particolare difficoltà  per una drammatica carenza di risorse economiche, per la riduzione di personale e per un numero di ricoverati che è lievitato in maniera esponenziale». E ancora, lo stesso direttore ammette (con sincerità  disarmante) «che le terapie psichiatriche (..) sono sicuramente obsolete rispetto a quelle che vengono praticate all’esterno dato che non abbiamo i fondi sufficienti per acquistare, in misura adeguata, neurolettici tipici di ultima generazione». Pippo Insana, cappellano da oltre 25 anni e storico punto di riferimento per gli internati, è diretto: «Mancano farmaci, manca personale idoneo e qualificato a curare e riabilitare. Le persone inferme di mente più problematiche vengono trasferite continuamente da un reparto all’altro, senza un serio e impegnativo intervento sanitario». I numeri confermano questo stato di crisi. Nella struttura, per quasi 400 persone sono presenti solo 28 infermieri di ruolo e 6 medici incaricati. I sei consulenti psichiatrici hanno un monte ore che, suddiviso per il numero di presenti, si traduce in 48 minuti di assistenza al mese. Numeri che comunque non giustificano il ricorso alla contenzione e che lasciano perplessi gli stessi componenti della Commissione. La senatrice Poretti è caustica: «Quando abbiamo chiesto al medico di turno il motivo per il quale il soggetto si trovasse lì, non essendo indicato nel registro di contenzione, sinceramente non l’ho capito. Il medico ha continuato a ripetere che quel soggetto aveva dato fastidio agli infermieri e che addirittura aveva infastidito un’infermiera con delle battute osé». Una ferita ancora aperta quella della contenzione, fenomeno sommerso ancora praticato nei manicomi giudiziari (con l’esclusione di Aversa, dove la contenzione è stata sospesa poco dopo la visita del Comitato europeo per la prevenzione della tortura). 
L’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, rispetto agli altri cinque Opg d’Italia (Aversa, Napoli, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere), ha una caratteristica che certo complica le cose. Qui, in virtù dell’autonomia regionale, la riforma del 2008 che ha sancito il trasferimento della sanità  penitenziaria al sistema sanitario nazionale non è mai stata applicata perché la regione non ha ancora recepito la norma nazionale. In sostanza, se negli altri Opg le direzioni di sono sdoppiate (una penitenziaria e una sanitaria), e le Asl hanno fatto il loro timido ingresso nel sistema manicomiale con propri soldi e personale, qui la situazione è rimasta com’era, confinando questa struttura che è già  di per sé un ibrido tra carcere e manicomio, in una terra di confine. Ma, al momento, la Regione Sicilia non ha approvato alcuna normativa in materia e gli scenari in prospettiva non appaiono incoraggianti. Anche l’interlocuzione istituzionale non appare incoraggiante. Questa la risposta che il direttore Rosania riferisce di aver ricevuto dall’assessore regionale alla Sanità : «Dottore, non c’è problema : se i politici mi danno le risorse economiche e una norma con gli opportuni recepimenti, io sono a sua completa disposizione. Essendo io napoletano, attacco il ciuccio dove vuole il padrone». Evidentemente il padrone sino ad ora non ha voluto; magari alla luce di queste denunce alcune cose cambieranno. 
L’altra questione è relativa alla misure di sicurezza e le denunce che arrivano da Barcellona sollevano un problema generale. Le misure di sicurezza, a differenza di una pena definitiva, possono essere prorogate. Applicate in prima sede, a seconda della gravità  del reato, ad un sofferente psichico incapace di intendere, possono durare 2, 5 o 10 anni. Al loro termine, valutate le condizioni di pericolosità  sociale, possono essere prorogate. Pippo Insana spiega molto bene il meccanismo, con un riferimento alla realtà  di Barcellona che vale anche per gli altri internati in Italia: «Ricoverati con lievi reati, rimangono ristretti sino a più di dieci anni con misura di sicurezza provvisoria, senza la definizione del processo (…) i 390 ricoverati con molti anni di proroga della misura di sicurezza (anche oltre 20) continuano a restare ristretti in Opg e a subire ulteriori proroghe. I ricoverati senza residenza continuano a rimanervi con proroghe». Anche sul tema delle soluzioni Insana è molto chiaro: «Resta determinante – spiega – l’impegno a provvedere alla modifica del codice penale in materia di misure di sicurezza che offra una nuova modalità  di vita per la gestione delle persone inferme di mente sottoposte a misure cautelative e che, nello stesso tempo, sia capace di salvaguardare la sicurezza della società , ma anche di curare la persona malata». L’unico dato ufficiale disponibile ci dice che tra il 2000 e il 2004, in tutta Italia, le proroghe sono state 3.387. Come a dire che un internato su due si è visto propagare la propria misura di sicurezza almeno una volta. E la proroga spesso dipende non dalla pericolosità  sociale ma dall’assenza di presa in carico da parte dei servizi psichiatrici territoriali. 
Ed è quello della presa in carico dei Dipartimenti di salute mentale che rimane uno dei nodi da sciogliere. Uno degli obiettivi dichiarati della riforma della sanità  penitenziaria era proprio la fuoriuscita dal meccanismo di internamento manicomiale e la riduzione progressiva del numero di internati attraverso una presa in carico da parte dei servizi territoriali. Ma tra tagli, crisi, incertezza sulle competenze amministrative, cambiamento dello scenario politico, nonostante le buone intenzioni non si vedono ancora risultati concreti. Il lavoro e le parole della Commissione e del suo presidente, Ignazio Marino, lasciano intravedere la possibilità  che si determino le condizioni politiche per un superamento di queste strutture. Un tiepido ottimismo che, alla luce delle esperienze passate, va bilanciato. Perché la storia di Barcellona ci insegna che è difficile negare il grido di orrore che si nasconde dietro le mura dei manicomi giudiziari. Difficile, appunto, ma non impossibile.


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