Guantanamo. Quel carcere-lager simbolo degli sprechi

Nei giorni cupi la prigione più famosa del mondo arrivò a ospitare 800 presunti terroristi. Oggi ne restano 181 Presto, però, ci saranno soltanto 48 “elementi pericolosi”. E gli Usa spendono ogni anno 180 milioni di dollari  

ANGELO AQUARO - la Repubblica Sergio Segio • 12/7/2010 • Diritti umani & Discriminazioni • 194 Viste

  GUANTANAMO BAY. L’ordine con cui Barack Obama prometteva la chiusura di quest’inferno – «Washington, 22 gennaio 2009» – è appeso nella bacheca di Camp IV, tra gli orari delle preghiere e il calendario dei mondiali. Sarà  un caso ma è l’unico documento senza traduzione: come si dice in arabo «bugia»?
Quel che resta di Guantanamo, otto anni dopo l’apertura del lager, fa gridare ancora allo scandalo. Nei giorni più cupi il supercarcere più famoso del mondo arrivò a ospitare 800 disgraziati. Una folla di detenuti senza prove che spinse a ingrandire a dismisura il mostro.
Anno 2002: Camp 1, 2 e 3. Anno 2003: Camp 4. Anno 2004: Camp 5. Anno 2006: Camp 6 e 7. Anno 2008, l’ultimo di George W. Bush, Camp Iguana, destinato ai detenuti da rilasciare, e forse proprio per questo con la capacità  più limitata: soltanto 20 posti. E adesso? Dei 240 prigionieri «presenti» quando Obama ordinò la chiusura molti sono stati rilasciati. Molti ospitati dai governi alleati. Ne restano 181.
Altri 55 sono stati dichiarati trasferibili: e siamo a 116. Altri 30 aspettano di finire sotto processo militare. Ne restano ancora 86: gli ultimi di Guantanamo. Dieci sono già  sotto processo. Cinque sotto la commissione militare a cui l’altro giorno si è arreso Al Qosi, l’autista di Bin Laden. Altri 5 sotto il tribunale civile che dovrà  giudicare anche la mente dell’11 settembre Khaled Sheik Mohammed. Poi ce ne sono 48 in quella terra di nessuno che il ministero della Giustizia etichetta così: «Troppo pericolosi da essere rilasciati». Pericolosi: ma senza nessuna prova che permetta di istruire un processo. Restano altri 38 prigionieri non solo senza processo: neppure così pericolosi. E allora perché tenere in piedi per poche decine di fantasmi questa baracca che costa ai contribuenti 180 milioni di dollari all’anno?
La strada per Kittery Beach unisce la «piazza» di Guantanamo Bay (dove trovi Subway e McDonald’s) all’inferno dei campi. Potresti uscire a Windmill Beach: è bellissima. Invece prosegui fino al posto di blocco. Il cartello giallo dice: «Valore della settimana: rispetto!». Se superi un filo spinato alto mezzo metro, un filo spinato alto due metri e mezzo e un filo spinato alto due metri e mezzo, ecco, sei all’ingresso di Camp Delta. Un’altra barriera di filo spinato. Ancora un’altra. Sei dentro. E lì, sulla destra, la prima cosa che appare (prima della bandiera a stelle e strisce che intravedi) è la macchinetta che distribuisce Pepsi Cola.
L’enciclopedia Sunset «Azalee, Rododentro e Camelie» spunta in bella vista nel primo scaffale della biblioteca all’ingresso di Camp 4. Il 4 è il cuore di Camp Delta: quell’agglomerato pensato per ospitare fino a 1212 detenuti. Sette volte l’attuale popolazione. La biblioteca è simbolo e specchio del campo. Funziona così. Al 4 ci mettono quelli che danno meno fastidio. Al 6 quelli cattivi. Al 5 quelli cattivissimi. Al 7 quelli così cattivi – dalla mente dell’11 settembre in giù – che nessuno ti dice neppure quanti e dove sono.
Infatti chiedi: quanti saranno a Camp 4? Dai 50 ai 70. E a Camp 6? Una settantina. E al Camp 5? Una ventina. Se 181 sono in tutto i detenuti, e gli altri campi sono praticamente vuoti, vuol dire che i compagni di Sheik Mohammed nel fatidico 7 sono meno di venti. Mrs. Rosario è la bibliotecaria meno indaffarata del mondo. Dice che sì, in effetti qualcuno ha chiesto Twilight, il bestseller sui vampiri. Ma chi ci crede? I 910 magazine di cui favoleggiano le statistiche sono archeologia: l’unico in mostra è un Paris Match del maggio 2009 che in copertina fa svettare Nicolas Sarkozy. Le foto della First lady Carla Bruni sono state scarabocchiate: già  così sexy in Occidente figuriamoci agli occhi di questi fanatici. In compenso ecco le versioni in arabo di Superman, Asterix e TinTin: anche queste quasi intonse.
Però il 4 è davvero il migliore dei mondi (qui) possibili. I prigionieri si muovono in libertà  nel cortile guardato da quattro torrette e protetto da due doppi giri di filo spinato. Le celle sono aperte tutto il giorno tranne da mezzanotte alle quattro del mattino. I detenuti fanno il bucato come nel cortile di casa. C’è pure l’aria condizionata. Insomma dimenticate il Camp X-Ray dei tempi dell’orrore: dimenticate i prigionieri in catene vestiti di arancione. Gli unici «X-Ray» rimasti a Guantamano sono quelli della radiologia del centro medico. Il Senior Medical Officer ti spiega come ormai risolvano anche il dramma sciopero della fame: basta un tubicino «grande come uno spaghetto» che fa ingollare le lattine di Ensure multigusto. Il problema che in questi giorni attanaglia i medici è un altro: «Col boom dei mondiali tutti a giocare a calcio: e mezza prigione in infermeria».
Il carcere vero è quello dei campi 6 e 5. Altro che l’aria aperta di Camp 4: questo è un incubo di cemento senza scampo. Per carità : ci sono due sale tv. Ma spiare, non visti, i prigionieri dietro al vetro – che per loro è uno specchio – è il Grande Fratello più sadico che c’è. Ecco, questa è una classe di attività  ricreativa. Lezione di «Life Skills»: impara a vivere. Cinque file di banchi di acciaio. Cinque studenti. Le caviglie inchiodate dalle catene al pavimento. Barbe lunghe. La vita qui scorre così. Però almeno al campo 6 hai diritto a sei ore fuori per giocare a calcio a pallacanestro: a Camp 5 neppure quello. Soltanto due. Ti spiegano anche che qui, è vero, stanno i più cattivi. Ma che tanti scelgono di soggiornarci «per scelta». Spirito di sacrifico, si sa, fa rima con martirio. E con leadership. A scanso di equivoci il campo non si visita: troppo hard.
Eppure il colonnello Andrew McManus, che di questo inferno in terra è il numero due, ha ancora la forza di sorridere. Dice che a conti fatti con Barack le cose sono comunque migliorate. Dice che i detenuti ora «almeno hanno una speranza»: che è puro slang obamiano. Sarà . L’altro giorno sei poveracci hanno preferito restare qui piuttosto che essere rimpatriati in Algeria: «Lì ci torturano davvero». Guantanamo otto anni dopo è una contraddizione che nessuna promessa (o bugia) è riuscita ancora a sciogliere.

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