I funerali di Fadlallah, padre di Hezbollah e della rinascita sciita

Migliaia di libanesi hanno partecipato ieri nel quartiere sciita di Haret Hreik, alla periferia meridionale di Beirut, ai solenni funerali dell’ayatollah Muhammad Hussein Fadlallah, deceduto domenica all’età  di 75 anni. Il religioso sciita è stato sepolto nella moschea Imam al-Hasanyan di Beirut, dove fino a qualche anno fa era solito tenere il sermone del venerdì. Ai funerali ha partecipato anche una delegazione iraniana di alto livello, guidata dall’ayatollah Ahmad Jannati, capo dell’organo politico del Consiglio dei guardiani. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in una lettera inviata al capo di stato libanese Michel Suleiman, ha assicurato che proseguirà  «il cammino di resistenza contro Israele» tracciato da Fadlallah.
L’ayatollah libanese verrà  ricordato come l’ispiratore del movimento sciita Hezbollah. Ma ben più complessa è stata l’azione di Fadlallah, paragonabile per autorevolezza all’ayatollah iraniano Ali Khamenei e all’ayatollah iracheno Ali Sistani. Nato nella città  santa irachena di Najaf, da genitori libanesi, e rientrato a Beirut nel 1966, Fadlallah colse nella rivoluzione islamica iraniana il «motore» per una generale rinascita dei musulmani sciiti, fino a quel momento sotto il tallone di leader sunniti. Pur vivendo per lungo tempo all’ombra del carismatico imam Musa Sadr – misteriosamente scomparso più di 30 anni fa mentre andava in Libia -, Fadlallah svolse una azione incessante di mobilitazione degli sciiti libanesi e, poco alla volta, seppe emergere come marja, colui che per gli sciiti è degno di essere seguito, è dotto ed ha una morale esemplare. Qualità  che tuttavia non gli vennero mai pienamente riconosciute dalle autorità  religiose iraniane con le quali Fadlallah ha avuto rapporti segnati talvolta da tensioni e disaccordi.
Critico feroce degli Stati uniti, l’ayatollah ha spesso usato, specie negli anni Ottanta e Novanta, i sermoni del venerdì per denunciare le politiche di Washington nella regione, in modo particolare la sua stretta alleanza con Israele. Discorsi che per anni hanno ispirato Hezbollah (fondato nel 1982), fino alla «rottura» dovuta ai legami troppo stretti tra il movimento sciita libanese e le autorità  politiche iraniane. L’ayatollah scomparso si è segnalato per prese di posizione fuori dal coro. Nel 2001 fece scalpore il suo giudizio degli attentati alle Torri gemelle. In un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel, Fadlallah disse che «gli attentatori dell’11 settembre non sono morti da martiri, perchè non sono caduti nel Jihad, la guerra santa, sono semplicemente dei suicidi». Parole che, forse, furono dettate anche dall’avversione verso il salafismo, la rigida corrente islamica alla quale fanno riferimento Osama bin Laden e gli altri leader di al-Qaeda, che nelle sue espressioni più estreme considera gli sciiti non dei musulmani ma dei pagani. Di recente Fadlallah aveva recuperato il rapporto con l’attuale segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, di fronte alla scelta di quest’ultimo di rendere la sua organizzazione più «libanese». Fadlallah lascerà  la sua impronta anche nelle questioni sociali. Le sue fatwa, i decreti religiosi, venivano giudicate relativamente moderne e aperte, specie dalle donne.


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