Il capitalismo invecchia. E forse muore

Il volumetto sta avendo un discreto successo, ma sul titolo, nonostante il punto interrogativo, abbiamo ricevuto un bel po’ di critiche, abbastanza serie. Il capitalismo, ci è stato detto (scusate se vado all’ingrosso) è diventato la sostanza del vivere di noi umani. Può attraversare depressioni e crisi, anche gravissime, ma sempre risorge anche dopo rivoluzioni, che pure in altre forme lo riproducono. Il capitalismo – ci è stato ribadito – è passibile a tutte le critiche, potrebbe anche finire, ma è del tutto esente dall’umana malattia dell’invecchiamento. E’ un modo di produzione, in certo senso metastorico.
Proprio sul manifesto (martedì 13 Luglio 2010), il nostro Riccardo Bellofiore scrive: «Il titolo, Il capitalismo invecchia? è singolare. Il capitale è un «morto vivente»; si rianima succhiando lavoro vivo, ringiovanendo». Bellofiore fa altre critiche, ma è su questo punto dell’invecchiamento che vorrei concentrare l’attenzione.
Il capitalismo, ci dicono, in qualche modo nasce e si identifica con la sacra auri fames e ci ricordano il mito antichissimo di Re Mida. Ma in quel mito – mi viene da osservare – c’era anche il segno e l’indicazione della crisi finale del capitalismo: Re Mida dovette implorare Dioniso per liberarsi dalla condanna mortale di trasformare in oro tutto quel che toccava, cibo compreso. È un po’ azzardato ma questo mito di Re Mida mi fa pensare a quel passo dei Grundrisse di Marx, quando scrive che lo sfruttamento del lavoro vivo diventa, nello sviluppo capitalistico, ben misera cosa e allora c’è crisi finale e/o liberazione del lavoro.
Ma, torno alla polemica sull’invecchiamento. L’economia, nonostante la tendenza di molti economisti, specie contemporanei, a tecnicizzare o addirittura matematizzare (Adam Smith scrisse anche la Teoria dei sentimenti morali) resta il fatto che l’economia è nella storia, la quale ci insegna che ci sono le epoche e che nessuna civiltà  è immortale. Insomma viviamo a Roma e vediamo il Colosseo e le rovine di una civiltà  straordinaria e che di fatto realizzò tutta la globalizzazione che era possibile prima della scoperta dell’America. Certo tutte le grandi civiltà  nel corso della storia hanno avuto lunghi, lunghissimi periodi di decadenza e anche di barbarie. C’è, forse, questo rischio anche per i nostri trisnipoti.
E la storia fa nascere nuovi problemi e di difficile soluzione: la novità  dei nostri tempi è costituita dai limiti, che solo in questo secolo si pongono così drammaticamente, del rapporto tra capitalismo e natura. Tutte cose che meglio di me ci spiegano gli ambientalisti e gli scienziati. Certo nei nostri tempi il capitalismo può godere della globalizzazione, dell’ingresso nel mondo del lavoro di un enorme esercito industriale di riserva, che riduce i costi di produzione, ma che incontra la difficoltà  ecologica alla creazione di nuovi territori di consumo come furono l’Europa e gli Usa. Se Asia e Africa diventano mercati di consumo come i nostri la natura scoppia, ma se non lo diventano si affloscia il capitalismo.
Tutto questo per sostenere il titolo del nostro volumetto: Il capitalismo invecchia?. Toglierei il punto interrogativo. E il guaio è che l’invecchiamento del capitalismo (è una forte struttura storica) fa invecchiare anche noi. Il rischio decadenza c’è per tutti. La situazione non è buona, ma anche nel passato in fasi di decadenza i semi del nuovo hanno cominciato a germogliare.


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