Intercettazioni, il Pdl in aula chiede il ritiro

ROMA – In aula alla Camera fanno il funerale alle intercettazioni, ma vogliono far risorgere il processo breve. Con l’unico obiettivo di salvare Berlusconi dalle tre inchieste milanesi (Mills, Mediaset, Mediatrade) oggi congelate grazie al legittimo impedimento, che però in autunno potrebbe essere azzoppato, se non addirittura cancellato, dalla Consulta. Due mosse in contemporanea. La prima, in ordine di tempo, riguarda il processo breve, perché alle 8 e 45, in commissione Giustizia, il capogruppo Pdl Enrico Costa, un fedelissimo di Niccolò Ghedini, chiede che quel ddl votato al Senato il 21 gennaio e poi “dimenticato”, torni in auge. Alla presidente, la finiana Giulia Bongiorno, chiede di fissare il termine per gli emendamenti. Protesta la pd Donatella Ferranti, ma la mossa di Costa, direttamente pilotata dal Cavaliere, significa molto. Nel nuovo clima politico, la speranza di approvare il lodo Alfano costituzionale si riduce al lumicino, e Berlusconi deve trovare una via sicura per fermare i suoi guai giudiziari. Gli step del processo breve, tre anni per il primo grado, due per il secondo, uno e mezzo per la Cassazione, sono perfetti, proprio come li aveva studiati Ghedini. 

Le intercettazioni non servono più a niente. Solo per prendere tempo sui decreti e sulla mozione di sfiducia a Caliendo. Per questo s’avvia la discussione generale, ma i berlusconiani pigliano le distanze. Intanto fisicamente. Sparute le presenze, se ne va pure Costa che ha firmato le ultime modifiche scritte dal Guardasigilli Alfano. Chi resta chiede «il ritiro» della legge. Come fa Maurizio Bianconi perché le norme «non sono idonee a scongiurare le reiterate violazioni della privacy». Critiche dure da Francesco Paolo Sisto che parla di un testo «al di sotto delle aspettative della sua parte politica» e critica «le indebite ingerenze esercitate da determinate categorie». C’è chi, nella frase, vede una critica al Quirinale. 
E del Colle invece, in termini elogiativi, parla la Bongiorno, relatrice del ddl e fedelissima di Fini, che per un caso interviene in aula per la prima volta con il “sottopancia” sul nuovo gruppo Futuro e libertà  per l’Italia, nato tre ore prima per bocca di Fini. L’elogio a Napolitano si lega al cammino del ddl: «Il presidente ha definito il lungo iter come un percorso per approssimazioni successive. Ha sottolineato che un tempo non breve e un percorso faticoso sono necessari quando si tratta di bilanciare tra loro valori e diritti, tutti egualmente riconosciuti dalla Costituzione, la sicurezza dei cittadini, il valore della libertà  di stampa, il diritto dei cittadini a essere informati, quello al rispetto della riservatezza e della dignità  delle persone». 
Quello che per la Bongiorno è «un progressivo miglioramento», di cui elenca puntigliosamente i passaggi, per Berlusconi è un testo «massacrato», «il cavallo che esce ippopotamo». Se il Pd con la Ferranti ringrazia la Bongiorno per la mediazione e i risultati raggiunti, «anche grazie al nostro lavoro», nonostante i punti tuttora negativi (norma Falcone cancellata, stretta sui tabulati), per Berlusconi il risultato è da buttare. Per motivi opposti, è da cestinare anche per Antonio Di Pietro, che in aula definisce Berlusconi «la testa della piovra» e accusa Alfano, costretto a seguire in aula la discussione generale in assenza del suo sottosegretario Caliendo bloccato a piazzale Clodio per l’interrogatorio da indagato. Grida Di Pietro sul tetto massimo di spesa imposto alle procure sul “ascolti”: «Porca miseria, stai intercettando Berlusconi? E io non ti do i soldi. Stai intercettando Dell’Utri? Non ti do i soldi». Cos’è il ddl per l’ex pm di Milano? «Un atto di arroganza e di prepotenza che mi ricorda quel portavoce di Saddam Hussein che continuava a ripetere che andava tutto bene mentre tutto gli stava crollando intorno»


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