Iraq, visita a sorpresa di Biden ma il ritiro Usa si allontana

NEW YORK – L’America riscopre l’Iraq: la guerra dimenticata che aveva dato per conclusa un po’ troppo frettolosamente. La visita a sorpresa del vicepresidente Joe Biden, arrivato ieri a Bagdad, di colpo riporta all’attenzione tutto quello che sta andando storto su quel fronte. La lista è lunga, e cominciano ad affiorare timori sui piani di ritiro delle forze Usa. Barack Obama, che da senatore e candidato presidente condannò la guerra in Iraq (a differenza dal conflitto afgano), ha promesso che entro la fine di agosto le truppe americane scenderanno dalle attuali 85.000 a 50.000, ed entro la fine del 2011 cesserà  qualunque presenza di “forze di combattimento” (termine che esclude le basi militari stabili e i consulenti dell’esercito iracheno).

Il primo problema di cui Biden si occuperà  è l’impasse politica interna. A quattro mesi dalle elezioni legislative l’Iraq non ha ancora un nuovo governo. L’affluenza alle urne il 4 marzo era sembrata un segnale di buon auspicio, la prova che la democrazia stava mettendo radici nel paese. Da allora invece sono riaffiorate nelle trattative sul governo le antiche divisioni etniche, e l’odio tra fazioni politiche ha impedito qualsiasi accordo sul nome del nuovo premier. L’Amministrazione Obama fino a ieri era stata riluttante a occuparsene, per timore che un suo intervento troppo visibile potesse alimentare le accuse di ingerenza. Ma quella prudenza di Washington ha aumentato gli spazi di manovra di altre potenze. A cominciare dall’Iran, la cui influenza a Bagdad è in aumento: è diventato normale per i leader di alcune forze politiche irachene fare la spola tra il proprio paese e Teheran per andare a cercare sostegni. Sul terreno economico, in particolare nell’estrazione petrolifera, la Cina e la Francia stanno ritagliandosi un ruolo sempre più grande, a scapito dell’industria americana. 
Con il viaggio iniziato ieri Biden vuole tentare un diplomatic surge: l’equivalente sul terreno diplomatico del rafforzamento militare che sotto il generale David Petraeus migliorò le prospettive del conflitto. Biden ha ricevuto da Obama la delega per un ruolo di supervisione sulla politica americana in Iraq. A Bagdad si è portato tre senatori che rappresentano l’establishment conservatore della politica estera americana: i repubblicani John McCain e Lindsey Graham, l’indipendente Joseph Lieberman. La delegazione incontrerà  sia il primo ministro uscente, Nuri Kamal al-Maliki, sia il capo dell’opposizione e aspirante premier Ayad Allawi. 
Ma i problemi per l’America non riguardano solo la crisi politica interna e la difficoltà  a formare un nuovo governo. In alcune aree del paese i militari Usa avvertono che il livello di preparazione dell’esercito iracheno è inadeguato, e la sua determinazione a prevenire attentati di Al Qaeda è dubbia. Gli iracheni da parte loro denunciano il clima da “fuggi fuggi” con cui le forze americane stanno concludendo le operazioni di ricostruzione. Alcuni paragonano i preparativi di partenza all’evacuazione di Saigon nel 1975. 
Il clima non è certo il panico della fuga dal Vietnam, ma i segnali di una ricostruzione lasciata a metà  vengono confermati da più parti. A Falluja il progetto di una nuova fognatura è stato abbandonato dopo una spesa di 104 milioni di dollari, senza che una sola casa sia stata collegata alla rete fognaria. Nelle provincie di Dhi Qar e Babil strade e palazzi costruiti sotto la supervisione Usa non rispettano gli standard di sicurezza. La fretta di chiudere si spiega con la stessa scadenza di fine agosto per l’inizio del ritiro: la ricostruzione è strettamente legata alla presenza militare perché molti cantieri funzionano solo sotto la protezione armata degli americani


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