La guerra del doppio Stato uno indaga, l’altro depista

Sono passati diciotto anni e tutto sembra come allora, un’Italia che soffoca fra fumi e veleni. Emergono frammenti di verità  sulla strage che ci aveva fatto tremare il 19 luglio del 1992 – non è stata strage solo di mafia – ma oggi come allora uno Stato commemora i suoi eroi e un altro Stato protegge se stesso e i suoi segreti.
C’è uno Stato che ricorda e s’indigna e c’è un altro Stato che ancora trama, nasconde, fa sparire prove come quella – l’agenda rossa – che portarono via da via Mariano D’Amelio pochi minuti dopo l’uccisione del procuratore Paolo Borsellino e dei cinque poliziotti della sua scorta. à‰ come dieci anni fa, è come vent’anni fa. à‰ come sempre in quest’Italia dove il tempo passa e non passa mai.
Sfregiano le loro statue in gesso sulla bellissima via Libertà  di Palermo, sfregiano la loro memoria lasciando marcire le carte delle inchieste (su Capaci, sul fallito attentato all’Addaura, su via D’Amelio) in un magazzino, sfregiano e intanto però sfilano, celebrano, fanfare e pennacchi, picchetti d’onore. Il solito rito, estate dopo estate. Uno Stato che si presenta puntuale e nella forma più solenne agli anniversari del 23 maggio e del 19 luglio e un altro Stato che si presenta implacabile ogni volta che può per cancellare le sue tracce, celare indizi, depistare tutti coloro che si stanno avvicinando troppo a mandanti che non hanno mai avuto la faccia di Totò Riina e dei suoi macellai di Corleone.
Anche nella diciottesima ricorrenza dei massacri siciliani il cerimoniale si ripete, anzi si ripropone questa volta ancora più ipocrita. A Palermo lo Stato rievoca il suo «eroe» e a Caltanissetta – cento chilometri verso il centro dell’isola – lo Stato è sotto indagine perché un suo rappresentante (un funzionario degli apparati di sicurezza, una spia di alto rango) è sospettato di avere caricato l’esplosivo che ha fatto saltare in aria quello stesso «eroe». à‰ la normalità  italiana, è la normalità  che ci ha fatto sprofondare in un abisso sempre più profondo.
Oggi come ieri, oggi come sempre. Come all’Addaura per esempio, in quel giugno del 1989 quando un pezzo di Stato voleva morto Falcone e un altro pezzo di Stato per una volta riuscì a salvarlo. Come nei cinquantasette giorni che separarono Capaci da via D’Amelio, con uomini in uniforme che trattavano (per conto di chi?) con i boss e il povero Paolo Borsellino che andava solo incontro alla morte.
E non sono soltanto le cerimonie che si replicano, ma anno dopo anno e stagione dopo stagione si riproducono – come se da qualche parte esistesse un laboratorio dove tutto viene sapientemente miscelato e poi servito a dovere – «situazioni» e «contesti» che sembravano appartenere a un passato infelice e lontano. E invece è sempre cronaca, è sempre attualità .
Neanche un mese fa una commissione ministeriale ha negato l’ingresso nel programma di protezione a Gaspare Spatuzza, il sicario di Brancaccio che ha ricostruito nei dettagli la strage di via Mariano D’Amelio sbugiardando falsi pentiti e facendo emergere l’ipotesi concreta di depistaggi nell’inchiesta sull’uccisione di Paolo Borsellino. à‰ stato sempre il sicario di Brancaccio a riconoscere in una foto la spia che, il 18 luglio del 1992, ventiquattro ore prima dell’attentato, stava complottando con i capi di Cosa Nostra. Ma Gaspare Spatuzza ha detto tutto troppo tardi («Dopo 180 giorni») e quindi che pentito è, che attendibilità  può mai avere, come può entrare in un programma di protezione di questo Stato? E che importa se tre procure della repubblica – Palermo, Firenze, Caltanisssetta – avevano giudicato credibile il sicario di Brancaccio, che importa se con la sua confessione ci ha fatto scoprire molto più di ciò che sapevamo fino a quel momento sulla morte di Borsellino. Uno Stato dice che Spatuzza non merita niente, un altro Stato chiede per lui tutto: una nuova identità , una casa sicura, una residenza segreta.
C’è sempre qualcosa di grottesco e insieme di diabolico in questa Italia doppia e sdoppiata. Oggi è nel destino infame che lo Stato ha riservato a Gaspare Spatuzza, ieri era nel destino infame che aveva riservato al suo «eroe», Paolo Emanuele Borsellino, ex giudice istruttore a Palermo al fianco di Giovanni Falcone, il procuratore capo della repubblica di Marsala che il 20 luglio del 1988 (esattamente quattro anni prima di morire) lanciò un violentissimo atto di accusa sulle pagine di Repubblica e de L’Unità : «Lo Stato si è arreso, del pool antimafia sono rimaste solo macerie».
Un grido di dolore per dare sostegno al suo amico Falcone, sempre più solo a Palermo. Lo Stato – attraverso il Consiglio Superiore della Magistratura – per quello sfogo lo volle processare a tutti i costi. L’accusa: Borsellino aveva parlato troppo. Come è accaduto neanche un mese fa al pentito Gaspare Spatuzza, nel luglio del 1988 fa volevano mettere un sasso in bocca anche a lui, quello che oggi esibiscono come il loro «eroe».


Related Articles

In piazza i delusi di Carroccio e sinistra «Lui ci vendicherà »

MILANO — A forza di andare indietro non resta che l’ingresso fedeli. Sul sagrato del Duomo la base metallica del cartello diventa una specie di zattera per quelli che non vogliono finire con la schiena attaccata al portone della cattedrale, con lo sguardo chiuso da questo muro di folla.

Libertà  condizionata

«Usata e gettata», titola Libero e fa bene: gli organizzatori di Piazza Navona prendano, incassino e portino a casa. E meditino sulla sottile linea di confine che separa «un’alleanza trasversale fra persone perbene», come la definisce Roberto Saviano, e un’opposizione perbenista che perimetra il campo della libertà  con un filo spinato e un bel cartello sopra, «Fuori le escort».

Pacs, Tav e proporzionale le tre “crepe” dell´Unione

E dai Radicali memorandum sui temi etici (La Repubblica, VENERDÌ, 12 GENNAIO 2007, Pagina 13 – Interni)

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment