La legge razzista in tribunale

NEW YORK
C’è un giudice a Phoenix. Si chiama Susan Bolton, e ieri ha ascoltato i ricorsi di attivisti e amministrazione Obama contro l’entrata in vigore della legge sull’immigrazione dell’Arizona, prevista per giovedì prossimo. La norma, firmata dalla governatrice Jan Brewer lo scorso 23 aprile, obbliga a controllare i documenti ogni volta che c’è il «ragionevole sospetto» che una persona fermata – anche per altri motivi – possa essere immigrata illegalmente negli Stati uniti.
Gli attivisti, ascoltati dal magistrato nel mattino, sostengono che la legge andrebbe a colpire le loro associazioni, deviando risorse stanziate per programmi d’aiuto verso «assistenza d’emergenza» dovuta alle nuove norme. La preoccupazione, dicono gli operatori sociali, è che si arrivi ad un «racial profiling» istituzionalizzato. Ovvero? L’espressione indica una sorta di «razzismo di stato»: con la nuova legge, qualunque poliziotto può fermare chi ha tratti sudamericani, chiedere i documenti ed arrestare i clandestini. Perfino alcuni agenti pensano che linee guida simili possano distruggere il loro lavoro quotidiano, perché la comunità  dei latinos diventerebbe oltremodo ostile alle forze dell’ordine.
Nel pomeriggio di ieri la palla è passata agli avvocati del governo di Washington e a quelli dello stato. La decisione numero 1070 del senato dell’Arizona è criticata dal dipartimento federale per la giustizia perché andrebbe contro le direttive nazionali e contro la Costituzione, portando inoltre ad un peggioramento delle relazioni diplomatiche con il Messico, che ospita un grandissimo bacino di persone che vogliono arrivare negli Stati uniti per trovare lavoro o rivedere i propri cari.
Il giudice Bolton deve ascoltare complessivamente sette istanze di ricorso contro l’Arizona: oltre all’amministrazione federale e agli attivisti, ci sono due poliziotti statali, un gruppo religioso ed un ricercatore di Washington. Ieri diversi manifestanti si sono assiepati attorno all’edificio delle audizioni, mostrando cartelli di protesta. Ma c’era anche chi appoggia la legge. Nove stati e singoli cittadini hanno spedito lettere di appoggio. Pure alcuni sudamericani hanno detto che l’Arizona ha bisogno di una legge simile.
Si è schierata anche il ministro italo-americano per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Janet Napolitano, che è stata governatrice proprio dell’Arizona. «Posso capire la frustrazione nello stato – ha detto – ma questa legge, così com’è, non va bene». Che non vada è evidente: nel timore che entri in vigore, moltissimi hanno già  iniziato a lasciare lo stato. Non tutti necessariamente clandestini: magari un immigrato regolare la cui moglie non ha i documenti in regola. La Cnn ha mostrato una famiglia middle class che, nonostante un contributo sostanziale all’economia dell’Arizona, ha dovuto fare i bagagli e partire.
Insomma, la carne al fuoco è parecchia per la 58enne Bolton, nominata magistrato federale dieci anni fa dal presidente Bill Clinton. Nata in Pennsylvania e laureatasi in Iowa, si trasferì in Arizona 35 anni fa, nel 1975, lavorando prima alla corte d’appello e quindi nella contea di Maricopa. Infine, nel 2000, la nomina della Casa bianca.
Il quotidiano Arizona Daily Star la descrive come «una giurista precisa, efficiente, onesta, intelligente». Un suo ex collega, Dave Cole, ora professore alla Phoenix School of Law, parla di un magistrato «molto distaccato, obiettivo, bravo ad applicare la legge”».
Lei stessa ha fatto capire che, vista la mole di lavoro da affrontare, potrebbe spingere la decisione anche oltre il 29 luglio, causando una situazione problematica: la legge potrebbe entrare in vigore e quindi essere bloccata. L’Arizona, comunque, potrebbe fare ricorso contro un’eventuale sospensione decisa dalla Bolton.


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