La Lunga Marcia in 3D Pechino punta sul cinema per sedurre il mondo

PECHINO – La Cina ha un problema: non piace. Gli stranieri si leccano i baffi, sognando i soldi che oggi si fanno qui. Però, appena l’ossessione dell’oro concede una tregua, ognuno lo ammette: al resto del mondo il risorto Impero di Mezzo non va giù. Tutti ammirano la sua crescita prodigiosa e la velocità  con cui in pochi anni ha recuperato un secolo di terreno perduto. Eppure, chiunque è in grado di trovare almeno una buona ragione per spiegare una complessa, quasi sempre profonda e spesso irragionevole antipatia.

Succede, dopo un’epoca di tragici errori, che una nazione incontri delle difficoltà  a presentarsi in pubblico. È anzi inevitabile, se si possiede un appetito che inizia a fare paura, essere accolti da un ostile brusio quando ci si siede al tavolo dove pochi altri commensali si sono per lungo tempo spartiti le pietanze. 
Il guaio è che a Pechino la cosa si sa e, soprattutto, non si digerisce più. Ed è proprio per guarire dal virus più infamante che il governo di Pechino ha deciso di lanciare l’«Operazione 3D». Cinema di ultima generazione, valanghe di film, spot, programmi tivù e reti in inglese. Prima di tutto, però, kolossal tridimensionali pensati per l’I-Max. Fino ad oggi, da queste parti, erano uscite solo epopee imperiali, poesie rivoluzionarie e fiabe intimiste. Secchiate di passato, buone per commuovere Venezia, o Cannes. Ora basta. L’«Operazione 3D», per la prima volta, racconterà  al mondo la Cina contemporanea. Soldi, idee, opinioni, interessi e obiettivi sono quelli del Partito comunista, ossia dello Stato. L’effetto mondiale però, scontata l’accusa di fare “propaganda di regime”, si annuncia travolgente. Per spiegare una volta per tutte che la Cina non è più la Cina, l’ultima generazione di tecnocrati nati prima che Mao morisse ha messo in scena, rivelando un’insospettata autoironia, «Made in China». È un film di poco più di un’ora a cui è affidata la missione di mettere tutti ko mostrando ciò che realmente oggi è l’universo cinese. Da ottobre sarà  trasmesso sui maggiori network internazionali, a partire da Cnn, Bbc e Al Jazeera, per approdare poi nelle sale con una versione più lunga, tecnologica e romanzata. Pechino, aggirando la propaganda negativa dell'”imperialismo occidentale”, svelerà  i segreti della politica e dell’economia, i prodigi della scienza e della tecnica, i miracoli dell’industria e del commercio.
Esibirà  la varietà  dei suoi popoli, la bellezza della natura e l’antichità  della sua cultura, la grandezza dell’arte. Ostenterà  l’eccellenza dello sport, il successo del business e il boom delle Borse, la perfezione dei trasporti, l’effervescenza dei locali e la piacevolezza della vita. «Made in China» è lo spettacolare manifesto del nuovo partito-Stato, deciso a celebrare la vittoria della rivoluzione che ha sostituito le scorte di debito estero agli ordigni nucleari, il libretto al portatore a quello rosso.
In settembre sarà  preceduto da due espliciti spot pubblicitari, sempre destinati al povero resto del mondo. Uno di un quarto d’ora, sull’attività  di ambasciate e istituti di cultura, e uno di trenta secondi, sorta di trailer tematico con varie scene dell’opera maggiore. Il cast, ci mancherebbe, è d’eccezione. Il presidente Hu Jintao, attraverso filmati ufficiali, “reciterà ” con i più influenti leader nazionali. Il fondatore del portale 163.com Ding Lei apparirà  con il padre del riso ibrido Yuan Longping e a fianco di schiere di milionari under 35. La star dell’Nba americana, Yao Ming, scherzerà  con il campione degli ostacoli Liu Xiang e con le stelle di musica e spettacolo più adulate dal Dragone. Un simile polpettone, fino all’altro ieri, sarebbe stato rifiutato anche dal cineforum dell’ultimo circolo ufficiali di Pyongyang. Oggi invece se lo sono contesi anche i distributori di Hollywood, e prima di Natale tutti dovremo sapere quanto è bella, grande e generosa la Cina delle Olimpiadi di Pechino e dell’Expo di Shanghai.
Subito dopo, per preparare degnamente il 2011, arriverà  sugli schermi il blockbuster che ricostruisce la fondazione del Partito comunista cinese. Da yuan forte e centrali eoliche ripiomberemo in via Huangpi, novant’anni fa a Shanghai, quando un giovane di nome Mao mancò il primo appuntamento con la storia per aver smarrito il biglietto con l’indirizzo. In Cina il film sulla nascita del partito nel 1921 è come in Italia la pellicola sulla vita di Gesù. La Cina non piace, ma piacerà


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