La spugna di Sacconi

Arriva una nuova ondata di attacchi ai diritti: a sferrarla è sempre il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che continua a deregolamentare e a insistere sulle «deroghe» a leggi e contratti, una vera e propria ossessione ideologica fattasi più forte dopo l’accordo separato di Pomigliano, che di quella filosofia è un esempio pratico. E infatti, con una tempistica che non sembra casuale, ieri Sacconi ha presentato alla stampa il suo nuovo «Piano per il lavoro», in realtà  un testo non ancora uscito nella sua completezza, ma che evidentemente il ministro aveva desiderio di annunciare nelle sue linee guida prima ancora di incontrare i sindacati (con loro è previsto un faccia a faccia il 3 agosto). 

E proprio a voler dimostrare il link tra la sua legge delega (che Sacconi vuole sia approvata entro l’anno, ma che si svilupperà  per i prossimi tre) e il caso Fiat, il ministro ha annunciato che detasserà  quelle ore di lavoro che gli operai di Pomigliano faranno in straordinario e in turno notturno (avranno un’impsizione del 10%). Il messaggio, prettamente politico, insomma è questo: al governo piace molto l’accordo di Pomigliano, perché è realizzato in deroga a leggi e contratti, dunque va incentivato con risorse pubbliche. Lo stesso accadrà , ha detto ieri Sacconi, «per tutti quegli accordi territoriali o aziendali che consentiranno di aumentare la produttività  o gli utili della società  in cui si lavora».
Subito dopo, è arrivata la conferma che lo Statuto dei lavori sostituirà  quello dei lavoratori: la legge oggi vigente, secondo Sacconi «riflette un’immagine del lavoro del 1970». Il ministro aggiunge che «l’attuale centralismo regolatorio riflette assetti di produzione propri della vecchia economia, dominati dalla grande fabbrica industriale». Mentre «l’istanza di cambiamento non può essere affidata a soluzioni semplicistiche, che ipotizzano di ricondurre forzatamente la multiforme e dinamica realtà  del lavoro in un unico schema contrattuale, il cosiddetto “contratto unico”. Sarebbe un modello di regolazione ancora più rigido di quelli del passato, tanto è vero che non è stato ipotizzato neppure nell’epoca in cui imperava l’impresa fordista».
Qualsiasi tutela viene cassata dal ministro come semplicemente «rigida» e perciò «ingessante», così come diventa un tabù aspirare a un posto stabile: «Al lavoro stabile e per una intera carriera – si legge nel Piano triennale per il lavoro – si contrappongono oggi sempre più frequenti transizioni occupazionali e professionali che richiedono diritti e nuove tutele anche per l’inoccupato, il disoccupato e quanti sono coinvolti in processi di riconversione e ristrutturazione aziendale». L’attuale sistema di tutele del mondo lavoro risulta pertanto «ingessato» e «spiazzato» a causa di norme «rigide applicabili in modo indifferenziato a tutti i datori di lavoro di qualunque territorio o settore produttivo». Via dunque agli enti bilaterali, estesi il più possibile; arbitrato invece delle cause di lavoro; una nuova legge sugli scioperi (per limitarli il più possibile, ovviamente: anche quelli “ingessano”); via alle deroghe; leggi e contratti diventeranno solo e sempre più «quadri light», cornici, su cui poter ricamare la qualsiasi.
Il Piano triennale vien attaccato dalla Cgil e dalle opposizioni, mentre trova il plauso di Confindustria e Confcommercio. Per Danilo Barbi e Fulvio Fammoni della Cgil, «il piano determina una impresa sostanzialmente svincolata da obblighi sociali, un sindacato relegato a una concezione di bilateralità  che deve gestire il ritrarsi dello stato, una continua derogabilità  dei diritti». «Non lasceremo che lo Statuto dei lavoratori venga stravolto», concludono alla Cgil. Per Cesare Damiano (Pd), «la derogabilità  di leggi e contratti renderà  incerto il livello delle tutele, mentre si dà  il via libera a sindacati di comodo nel territorio».


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