La truffa della sanatoria in regola e senza permesso

by Sergio Segio | 8 Luglio 2010 7:20

BOLOGNA. Sono tanti, centinaia di persone in Emilia Romagna, chissà  quanti in tutta Italia. Sono i cittadini stranieri che hanno partecipato alla sanatoria per colf e badanti del settembre 2009 e che adesso si ritrovano con un pugno di mosche in mano. La sanatoria è stata vista come ancora di salvezza per tanti immigrati che lavorano da troppi anni in nero e non riescono a regolarizzarsi ma nel corso dei mesi si è rivelata una vera truffa per questi uomini e donne che sono stati ingannati da datori di lavoro che hanno regolarizzato fino a venti stranieri non potendolo fare (ogni famiglia poteva regolarizzare al massimo una colf e due badanti) e che si sono fatti consegnare cifre da 2000 a 10 mila euro. Ma questa non è l’unica truffa che è stata denunciata dal comitato No pacchetto sicurezza di Reggio Emilia e dal coordinamento migranti di Bologna e provincia e da quello di Castelmaggiore. La modifica alla legge che ha negato la sanatoria a chi in passato era stato colpito da un decreto d’espulsione sta gettando nell’angoscia diversi migranti per i quali la questura non dà  il parere favorevole alle prefetture per accettare le domande. Sono le prefetture poi a comunicare il no ai datori di lavoro e ai lavoratori. C’è grande confusione perché diversi Tar si sono pronunciati sospendendo le risposte negative, è accaduto in Veneto, in Toscana e nelle Marche. Non ancora in Emilia Romagna dove soprattutto a Bologna sembra esserci un’interpretazione particolarmente restrittiva. Da qui l’appello alla Regione perché intervenga «assumendosi la responsabilità  politica di un’iniziativa per la regolarizzazione di queste persone». La proposta è che venga concesso loro un permesso di soggiorno di sei mesi, un documento temporaneo che permetta agli immigrati di cercare un lavoro ed eventualmente di denunciare questi datori che li hanno truffati. Di queste persone, una cinquantina, ovviamente sono noti i nomi e i cognomi ma è troppo alto il ricatto della clandestinità  perché i migranti prendano il coraggio di denunciare. Alcuni datori di lavoro si dicono addirittura pronti a denunciare i migranti rovesciando la questione: li immigrati accusano di aver rubato i documenti e di aver fatto all’insaputa la domanda a loro nome.
Un presidio ha portato sotto le finestre del nuovo assessore alle politiche sociali dell’Emilia Romagna Teresa Marzocchi la protesta dei lavoratori immigrati, persone esasperate da mesi d’attesa che ora hanno capito di essere stati ingannati. Erano un centinaio come Mohamed che è egiziano ed è in Italia da sei anni. Ha 31 anni e lavora come colf. Mentre è sul pullman per venire a Bologna a partecipare al presidio racconta che il suo datore di lavoro prima della sanatoria «gli faceva paura» dicendogli che lo poteva denunciare perché era senza documenti. Adesso non lo paga da dieci mesi e Mohamed ha scoperto che a settembre quell’uomo aveva presentato dieci pratiche oltre alla sua. «Non ce la faccio più, mi deve pagare – dice e ripete con voce ferma ma molto stanca – queste cose non possono esistere, se io lo vedo per strada mi viene voglia di fargli del male». Tanti altri sono nella stessa situazione e adesso sperano che qualcosa si possa sbloccare. Makmud racconta invece di aver pagato 1500 euro per la sanatoria ad una persona che è poi scomparsa: «Sto ancora aspettando i documenti. Come faccio a lavorare se non ho il permesso di soggiorno, posso solo fare lavori in nero e rischio di essere mandato via?». Mohamed e Makmud sono parte di quei 300 casi che sono noti al comitato di Reggio Emilia, anche loro hanno partecipato all’incontro con l’assessorato regionale che si è impegnato ad approfondire la questione per valutarla su scala regionale visto che la situazione è ben più ampia dei casi di Reggio Emilia e Bologna. L’azione più importante in questo momento è quella sui prefetti e in questo senso l’assessore Marzocchi si è impegnata ad «interpellare il prefetto di Bologna per sollecitare una soluzione che permetta a chi ha fatto la domanda di ottenere il permesso di soggiorno». L’obiettivo è quello di un confronto con il prefetto bolognese che è anche il coordinatore dei prefetti dell’Emilia Romagna. «Dal punto di vista politico io non condivido il pacchetto sicurezza – spiega l’assessore – ma le nostre competenze si fermano ad un certo punto. Per questo ho sollecitato la delegazione che ho incontrato a utilizzare l’articolo 18 (che permette il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale a chi denunci una situazione di sfruttamento sul lavoro, ndr)». Qualche voce si è levata anche dalla politica con il capogruppo di Sinistra Ecologia e Libertà  che ha presentato un’interrogazione alla giunta regionale per conoscere la situazione lavorativa dei lavoratori stranieri che hanno aderito alla sanatoria del 2009. Ovviamente per il momento questi sono solo impegni e chi ha partecipato al presidio ha fatto presente che la situazione è urgente e non c’è proprio tempo da perdere.
Per quanto riguarda i migranti che hanno già  avuto un’espulsione e che hanno presentato la domanda per la sanatoria, è una realtà  che alcune prefetture stiano tenendo ferme le pratiche in attesa di capire quale sarà  la decisione definitiva dei vari tribunali amministrativi regionali. Le associazioni che hanno sollevato la questione in Emilia Romagna sottolineano come con la sanatoria gli immigrati sono stati schedati e in certi casi sono finiti nei centri d’identificazione ed espulsione. «In gioco – scrivono i comitati – è anche la lotta contro la legge Bossi-Fini e il pacchetto sicurezza. La sanatoria è l’espressione più evidente di un razzismo istituzionale che serve allo sfruttamento del lavoro migrante. Il contratto di soggiorno per lavoro lega il permesso di soggiorno all’esistenza di un rapporto di lavoro, all’autorizzazione di quegli stessi padroni che hanno riempito le loro tasche sfruttando i migranti oppure pretendendo denaro in cambio della domanda di regolarizzazione».

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Documento comune degli operai immigrati di tre fabbriche
Un lavoro paziente di confronto e tessitura ma dopo il primo marzo qualcosa ha continuato a muoversi nelle fabbriche che hanno aderito al primo sciopero del lavoro migrante. Così a Bologna tre Rsu di altrettante fabbriche: Titan, Bonfiglioli e Ducati Motor hanno scritto assieme al coordinamento migranti di Bologna un documento che vuole proseguire il sentiero tracciato da quella giornata. E’ un risultato importante e per nulla scontato che nasce dal confronto tra delegati italiani e di origine straniera con il coordinamento. Il documento si intitola «leggi diverse, stesso lavoro: chi sfrutta il razzismo?». «La legge Bossi-Fini regola lo sfruttamento del lavoro migrante – è scritto nel documento – il contratto di soggiorno per lavoro costringe i migranti a stipulare contratti di lavoro sempre più precari e ad accettare condizioni di lavoro peggiori pur di rinnovare il permesso di soggiorno. Finché una parte della forza lavoro sarà  ricattata in questo modo, la condizione di tutti i lavoratori non potrà  che peggiorare». Vogliamo continuare il percorso iniziato il primo marzo, è il ragionamento del documento, «perché la lotta contro il razzismo diventi parte centrale della lotta di tutti i lavoratori, uniti. Solo così potremo essere più forti».

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