«Fiat, un modello contro il lavoro»

Non è sfuggito a nessuno il «doppio colpo» – l’abbraccio convinto di Confindustria alla strategia Fiat e la mossa del ministro Sacconi per favorirle – teso a completare la «rivoluzione industriale» avviata dal Lingotto. Tantomeno poteva sfuggire alla Fiom, il sindacato dei metalmeccanici impegnato in questi giorni a contrastare quella che si presenta come una valanga inarrestabile. La conferenza stampa, nella sede nazionale della Cgil in Corso Italia, era stata convocata per chiarire il «no» fermo al progetto Fiat di «cancellare il contratto nazionale di lavoro», ossia «la possibilità  di contrattare collettivamente le proprie condizioni di lavoro». L’accavallarsi delle notizie e delle iniziative, già  da solo, basta a evidenziare una tempistica da «tempi di guerra», in cui la posta in gioco è il diritto ad esistere del sindacato – qualunque sindacato – in questo paese.

Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, cerca le parole più equilibrate a sua disposizione e un tono di voce calmo che nasconde a fatica l’indignazione. Invita tutti ad «avere consapevolezza della gravità  della situazione», perché «quello che ci faceva considerare inaccettabile l’accordo su Pomigliano» ora diventa «indicazione generale»; un «modello di uscita dalla crisi» che può solo «portare a un arretramento del nostro sistema industriale».
Fiat ha di fatto detto anche all’associazione degli imprenditori «o accettate le nostre richieste» (considerare «in deroga», ma dentro il quadro contrattuale, ciò che vuole imporre in tutto il settore auto) «oppure usciamo da Confindustria e non facciamo gli investimenti». Anche il «sindacato» delle imprese, dunque, viene ricattato quanto quelli dei lavoratori. Ovvio che gli strumenti – e il potere – è ben diverso. E le imprese hanno còlto al volo l’occasione per «mettersi in scia» all’azienda-pilota della sempre più povera manifattura italiana.
Fiat, in altri termini, «non persegue obiettivi di maggiore produttività » (che sarebbero possibili con il contratto attuale e un accordo «normale»); vuole soltanto cancellare il diritto alla contrattazione alla pari. Dice di volere la «garanzia di poter produrre tutte le auto che ha in programma», ma di fatto «è da un anno che non ci sono nuovi modelli da mettere in linea». L’unico che c’era finirà  in Serbia, mentre Termini Imerese verrà  chiusa. 
La stessa delocalizzazione è «una scelta senza costrutto». In un settore altamente automatizzato, dove il lavoro rappresenta solo il 7-8% dei costi, «l’elemento che fa la differenza» in termini di redditività  «sono i soldi pubblici, quelli che Usa, Polonia e persino Serbia hanno messo sul tavolo». Strano capitalismo, insomma; stranissima idea di «mercato».Il ritardo e le responsabilità  del governo – che ha eliminato, come gran parte delle forze politiche, qualsiasi idea di «politica industriale» – è evidente. Con l’occhio puntato a «ridimensionare la Fiom» sta semplicemente assistendo al degrado della capacità  produttiva della manifattura nazionale. La stessa insistenza sulla possibilità  di «sanzionare» comportamenti sindacali o dei singoli – ma non quelli delle imprese – sta ad indicare che non è «la produzione» il primo problema degli imprenditori; ma «il disporre completamente della prestazione lavorativa». Senza doverla discutere mai. E’ uno scontro tra capitale e lavoro, come sempre. «E non servono arbitri alla Sacconi, che ci sembra assai poco super partes». Tutt’altro discorso nei confronti dell’interessamento di Giorgio Napolitano, «che si è sempre interessato ai problemi produttivi, specie intorno al nodo di Pomigliano».
Conforta però la reazione dei lavoratori. «In tutte le nostre iniziative degli ultimi tempi la partecipazione è stata ben più ampia della nostra rappresentanza». Reazione che fa ben sperare per la grande manifestazione nazionale, a Roma, convocata per il 16 ottobre e che dovrebbe vedere in piazza la composizione di «un’opposizione sociale» a questa Confindustria e a questo governo. Non c’è, e lo si ripete,« nessuna «sensazione di isolamento». Anzi, visto che il nuovo orientamento delle imprese «riguarda tutte le categorie», il complesso del lavoro dipendente in questo paese, ci si aspetta che «la Cgil dia continuità  alle iniziative prese in giugno, con lo sciopero generale e altre manifestazioni». All’indomani della giornata di mobilitazione europea – il 29 settembre – ci sarà  anche l’incontro del sindacato metalmeccanico europeo (compreso quello serbo) per decidere una strategia continentale.


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