Libano. Alla ricerca del marja’

Nelle strade della periferia meridionale di Beirut e nei villaggi libanesi popolati dagli sciiti in questi giorni gli interrogativi si rincorrono veloci. Cosa accadrà , si chiedono in tanti – non soltanto gli sciiti – se per l’assassinio (il 14 febbraio 2005) dell’ex premier Rafiq Hariri il Tribunale speciale per il Libano incriminerà  membri di Hezbollah? Qualche sera fa questa eventualità  è stata prospettata dallo stesso leader politico del movimento Hassan Nasrallah. Israele, si domandano altri, lancerà  una nuova offensiva militare prendendo di mira, come nel 2006, in particolare le aree sciite del sud del Paese dei cedri? Tanti però si domandano anche chi sarà  la prossima «marja’ e taqlid», la «fonte di emulazione», chiamata a prendere il posto dell’ayatollah Mohammad Fadlallah, scomparso all’inizio del mese all’età  di 75 anni in seguito ad una grave malattia. Fadlallah ha lasciato un vuoto che sarà  difficile colmare ma anche un’eredità  da saper raccogliere, visto che la sua influenza spirituale si estendeva ben al di là  della frontiera libanese e persino oltre i confini dello sciismo: in paesi come l’Iraq, il Bahrein e il Pakistan.
Un religioso che, da morto, ha «messo nei guai» una giornalista della Cnn (licenziata) e l’ambasciatrice britannica a Beirut, colpevoli di aver apprezzato la sua moderazione e l’apertura ai diritti delle donne (aveva condannato le mutilazioni genitali femminili e i delitti d’onore), dimenticando che nel 1995 il presidente Usa Bill Clinton, lo definì ufficialmente un «terrorista», perché negli anni ’80 aveva legittimato gli attacchi contro obiettivi militari americani e israeliani nel Libano in piena guerra civile e sotto occupazione nel sud (nel 2006, Israele bombardò la sua casa a sud di Beirut).
Miracolato
Pochi ricordano che Fadlallah è stato a sua volta bersaglio di attentati, come quello dell’8 marzo 1985 (che i libanesi attribuiscono alla Cia), quando un’autobomba saltò in aria a pochi metri dalla sua casa distruggendo un edificio di sette piani e uccidendo 80 persone, molte delle quali donne e bambini (l’ayatollah non era a casa e rimase illeso).
Non è un interrogativo di poco conto quello legato al successore di Fadlallah, perché si tratta della massima figura religiosa per gli sciiti, riconosciuta come modello vivente da imitare. Una figura che ha il potere di incidere non solo nei comportamenti di tutta la comunità , ma anche d’influenzarne le posizioni politiche. Nello sciismo dei 12 imam (duodecimano), quello largamente maggioritario, quando scompare una marja’, non scatta un procedimento automatico per rimpiazzarla. Potrebbero perciò trascorrere anni prima che venga riconosciuto il titolo di marja’ a un altro dotto religioso in Libano. Fadlallah, ad esempio, si proclamò marja’ nel 1995, dopo 30 anni trascorsi a studiare teologia, a scrivere libri e sermoni e ad emanare decreti, e a distanza di ben 43 anni dalla morte della «fonte di ispirazione» precedente, il sayyed Moshen al-Amin, morto nel 1952. A decretare la sua ascesa al grado più alto della gerarchia è stato soprattutto il «Resalah amaliyah», un testo con sentenze giuridiche e opinioni su di un numero elevato di casi e problematiche consultabile dopo la morte del marja’. L’ufficio di Fadlallah a Beirut ha prontamente comunicato ai fedeli che potranno continuare a chiedere pareri perché riceveranno risposte rigorosamente fondate sul «Resalah amaliyah» e gli altri testi scritti dall’ayatollah scomparso.
I tempi per l’ascesa di una nuova «fonte di emulazione» si prevedono lunghi e una parte degli sciiti libanesi potrebbero sentire l’esigenza di ispirarsi subito ad un’altra marja’. Potrebbero far riferimento all’ayatollah al Sistani a Najaf, in Iraq, che si avvicina per atteggiamento e giudizi a Fadlallah. Ma Sistani ha più di 80 anni e i fedeli potrebbero ritrovarsi nel giro di qualche anno privi di un altro punto di riferimento. Ad entrare in gioco perciò sarà  anche l’ayatollah iraniano Ali Khamenei, portatore di una visione politica molto diversa da quella espressa da Fadlallah e al Sistani. Questi ultimi, pur sostenendo la rivoluzione di Ruhollah Khomeini contro lo scià , non condivisero lo sviluppo teologico introdotto dall’ayatollah iraniano del «velayat-e faqih», ossia il governo del clero, pilastro della Repubblica islamica, che assegna, di fatto, tutti i poteri temporali al leader supremo, in assenza di un imam ispirato divinamente. In questo Fadlallah ebbe una posizione diversa anche da Hezbollah che riconosce (dal 1989) come marja’ proprio Khamenei, preferendo invece la soluzione di un gruppo di religiosi che prendono le decisioni sulla base del consenso o, in alternativa, che il governo sia guidato da uomini politici, lasciando ai religiosi un ruolo generico di «supervisione».
Fadlallah affermò (contro il parere di Tehran) l’impossibilità  di costruire uno Stato islamico in Libano, trovando su questo punto il consenso di Hezbollah (il segretario generale Nasrallah in questi ultimi anni ha più volte affermato che il suo movimento non intende modificare l’attuale struttura statale libanese).
Il ruolo di Hezbollah
Hezbollah, forte della sua influenza, potrebbe indicare agli sciiti libanesi di far riferimento a Khamenei e favorire il passaggio delle varie istituzioni caritatevoli fondate da Fadlallah a enti sponsorizzati direttamente da Tehran. Tuttavia è improbabile che Nasrallah faccia tale passo mentre è impegnato nel processo di «libanizzazione» del suo movimento che vuole più inserito e parte integrante del sistema politico e sociale del Paese dei Cedri. La scelta di Hezbollah potrebbe perciò cadere su di un religioso nato e cresciuto in Libano. Il nome che fanno molti è quello di Afaf Nabulsi, un ex studente di Fadlallah, che mantiene stretti contatti con Hezbollah e gode di simpatie anche a Tehran. Nabulsi non ha mai nascosto le sue ambizioni, non solo in religione ma anche sulla scena politica nazionale, ma per realizzarle non gli basterebbe il sostegno di Nasrallah. Marja’ si diventa con il «Resalah amaliyah», l’autorevolezza e il riconoscimento popolare. Le doti di Fadlallah che l’aspirante «fonte di emulazione» ancora non possiede.


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