Libia, ecco la lista dei profughi eritrei

Mentre i ministri Maroni e Frattini annunciano una finta trattativa con il governo libico, il manifesto entra in possesso dei nomi dei 205 richiedenti asilo prigionieri nel carcere libico di Braq. «Ma questo elenco – dicono i profughi – non deve fiire nelle mani del regime di Asmara»

Stefano Liberti - il manifesto Sergio Segio • 7/7/2010 • Diritti umani & Discriminazioni • 270 Viste

Sono 205 nomi. Una lista lunga, che i detenuti eritrei nel carcere di Braq sono riusciti a farci avere. Proprio per smentire quanti dicono che non vogliono farsi identificare, ci hanno spedito l’elenco, specificando pure i nomi degli undici di loro che sono stati respinti in mare dall’Italia con un’operazione militare il 1° luglio del 2009, come scritto ieri da questo giornale. Si sono contati, hanno messo nero su bianco i lori nomi e ci hanno mandato la lista.
Non sono 250, né 245 come si è scritto nei giorni passati. Sono 205 e tutti uomini. Dal lager di Braq dove sono ormai rinchiusi da una settimana chiedono che un paese terzo si faccia carico della loro situazione. Non rifiutano l’identificazione. Vogliono semplicemente che i loro nomi e i loro cognomi non finiscano nelle mani sbagliate: ossia in quelle del governo eritreo, che considera l’abbandono del paese un crimine di stato e per ritorsione incarcera i familiari dei fuggitivi.
Ieri il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Thomas Hammarberg ha chiesto ai ministri Franco Frattini e Roberto Maroni di far luce su quanto accaduto agli eritrei. Aggiungendo quello che noi sappiamo bene, che cioè «sembra che alcuni di loro avevano cercato in precedenza di arrivare in Italia, ma erano state rinviati in Libia». Il commissario ha poi esortato il nostro paese a «vigilare sul rispetto dei diritti umani e evitare di rinviare migranti, inclusi richiedenti asilo, in paesi dove rischiano di essere torturati o maltrattati».
Il governo ha risposto in modo sprezzante. Ha fatto sapere di essere impegnato in una «delicata opera di mediazione, che è una strada diversa dalla pubblicità ». Per poi aggiungere, per bocca del presidente del comitato Schengen e inviato speciale di Frattini per le crisi umanitarie Margherita Boniver, che «tutto questo avviene mentre dal fronte delle opposizioni partono bordate volgari e giustizialiste che nulla predispongono per una rapida positiva soluzione della delicata questione». In realtà  la presunta mediazione italiana si limita a riproporre l’aut aut che già  l’altroieri era stato prospettato ai detenuti eritrei: «Se vi fate identificare, vi offriamo un lavoro in Libia. Altrimenti vi rimpatriamo». Un accordo – raggiunto dai diplomatici eritrei e dai funzionari libici alla presenza del direttore dell’ufficio di Tripoli dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) – che non soddisfa minimamente le richieste degli eritrei. Non solo non tiene conto della loro paura a firmare i moduli in tigrino, ma non rispetta nemmeno il diritto internazionale, dal momento che gli eritrei non potranno mai ottenere in Libia il rispetto del loro legittimo diritto d’asilo.
Intanto le notizie che arrivano dal carcere di Braq sono sempre più allarmanti. «Ci sono diversi casi di diarrea. Il caldo è soffocante. Non abbiamo acqua corrente e siamo costretti a espletare i nostri bisogni corporali nelle celle», racconta uno di loro al telefono. Dopo essere stati trasferiti a bordo di tre camion container dal carcere di Misratah, sulla costa del Mediterraneo, in questo centro in mezzo al deserto del Sahara, i 205 eritrei sono stati sottoposti a maltrattamenti e torture di ogni tipo. Il carcere di Braq è infatti ora gestito da un reparto speciale dell’esercito, incaricato specialmente di punire gli eritrei per essersi rifiutati di firmare i moduli in tigrino per l’identificazione. «Ci picchiano in continuazione. Ieri notte, sono arrivate le guardie e hanno preso a caso dieci di noi. Li hanno picchiati selvaggiamente. Sono tornati dopo un’ora pestati a sangue», racconta al telefono il nostro interlocutore. «Hanno le ferite aperte. Non ci sono date cure, né medicinali. La nostra situazione sta peggiorando: ormai temiamo di non sopravvivere. E come se non bastasse, venerdì due di noi sono stati prelevati dalle guardie e non hanno fatto più ritorno. Non sappiamo che fine hanno fatto»
Per il momento i ragazzi non hanno ricevuto alcuna visita, né quelle sperata di qualche organizzazione umanitaria né quella temuta dei funzionari eritrei, che premono per ottenere la lista dei nomi, tanto che lo stesso presidente Isaias Afewerki sarebbe venuto di persona a Tripoli per conferire sul caso con il leader libico Muammar Gheddafi. Il direttore dell’Oim Laurence Hart ci ha detto che «si sta cercando di inviare la Mezzaluna rossa a Braq per portare cibo e cure ai detenuti». Il ministro degli esteri Frattini ha dichiarato che «non esclude che sia permesso ad un rappresentante diplomatico italiano di accompagnare le autorità  libiche e di visitare il campo dove questi eritrei sono custoditi». Se ciò avvenisse, sarebbe un bene. Forse il diplomatico in questione, una volta viste le condizioni di detenzione, convincerà  il governo che la soluzione di offrire agli eritrei un impiego in Libia non è la più indicata.

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