Libia, mega-deportazione in attesa di un rimpatrio

Una deportazione in grande stile. Duecentocinquanta eritrei sono stati portati ieri dal centro di Misratah, sulla costa della Tripolitania, all’estremo sud della Libia, nel centro di detenzione di Sebha. Li hanno caricati alle prime luci dell’alba su tre camion container – dei lunghi rimorchi senza finestre, con alcune piccole feritoie per far passare l’aria – e imbarcati in un viaggio che si è concluso poco meno di 12 ore dopo, nella bollente città  sahariana. Tra loro anche 30 donne e 5 bambini.
Non è chiaro quali siano le intenzioni delle autorità  libiche: nessuna dichiarazione ufficiale, nessuna presa di posizione. Il centro di Sebha è normalmente il terminale da cui vengono effettuati i rimpatri degli immigrati irregolari provenienti dall’Africa Occidentale. Nel caso degli eritrei, non si capisce se Tripoli voglia riprendere le deportazioni verso il paese del Corno d’Africa o se invece vuole semplicemente punire gli immigrati, che negli ultimi giorni avevano inscenato una rivolta nel centro in cui si trovavano.
Secondo una ricostruzione fatta attraverso i racconti di diversi eritrei che vivono in Libia, tutto sarebbe cominciato tre-quattro giorni fa, quando improvvisamente è stato chiesto alle persone trattenute a Misratah di firmare alcuni moduli scritti in tigrino (la lingua che si parla in Eritrea) e di farsi fotografare. Temendo un’imminente espulsione verso il loro paese, alcuni dei reclusi si sono ribellati. Un gruppo di una ventina di loro ha sfondato un muro ed è fuggito dal centro. A quel punto è scattata la rappresaglia: prima con botte (secondo varie fonti, molti immigrati avrebbero riportato lesioni e arti rotti), poi con questa deportazione di massa dagli obiettivi ancora non del tutto chiari.
Molti degli immigrati eritrei erano detenuti da tempo indefinito – alcuni addirittura da tre anni – all’interno del campo di Misratah. Altri vi erano finiti dopo aver provato ad andare in Italia ed essere stati intercettati in mare in una delle varie operazioni di «respingimento» attuate ormai da più di un anno a questa parte dalle motovedette cedute alla Libia dal nostro governo o direttamente dalle unità  della nostra marina militare. Tutti sono fuggiti dalla dittatura brutale e paranoica di Isaias Afewerki e dal servizio di leva senza limiti di tempo a cui quest’ultimo costringe i suoi concittadini.
Negli ultimi tempi, la situazione a Misratah era peggiorata: dopo la chiusura dell’ufficio locale dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), decretata dalle autorità  di Tripoli l’8 giugno scorso, i migranti trattenuti all’interno del centro non hanno più ricevuto visite dall’esterno. Era infatti l’agenzia Onu ad occuparsi di quel centro specifico. Questa mancanza di contatti, insieme alla richiesta di firmare i formulari in tigrino, ha probabilmente aumentato la tensione. Un’analoga emergenza si era registrata nel gennaio scorso, quando agli immigrati era stato chiesto di riempire gli stessi fogli. In quel caso, alla fine le autorità  di Tripoli avevano soprasseduto.
Questa volta è andata diversamente. Già  nella serata di martedì, gli «ospiti» del centro avevano capito che si preparava qualcosa di grosso. Secondo quanto raccontato da uno di loro in una drammatica telefonata in diretta, «l’esercito sta circondando il centro». Finché, ieri alle 5:30 della mattina, è scattata la deportazione. Sono stati caricati tutti su i tre camion-container verso una destinazione a loro sconosciuta. Solo nel corso della giornata, hanno potuto capire che stavano andando verso sud, vedendo dalle feritoie le dune del Sahara e percependo sulla propria pelle l’aumento della temperatura. «Alcune donne sono svenute durante il viaggio», ha raccontato al telefono uno di loro.
Al loro arrivo a Sebha, sempre secondo i loro racconti, sono stati picchiati dalle guardie del centro e rinchiusi in diverse stanze, ognuna delle quali con una capienza di circa trenta posti. «Le condizioni igieniche sono disperate. Il centro è molto peggio di quello di Misratah. Il nostro futuro è a rischio», ha lamentato al telefono un altro dei deportati.
Ma la loro principale preoccupazione è l’eventualità  di un rimpatrio. «Alcuni hanno tentato il suicidio quando hanno cercato di caricarli sui camion-container», racconta un’altra fonte, che trova conferma anche nei racconti dei migranti deportati.
Questi ultimi, dal centro di Sebha, chiedono ora di non venire lasciati al loro destino. «Chiamate l’Onu, la Croce rossa o la Mezzaluna rossa», domandano a gran voce. «Non ci abbandonate».


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