L’università  spezzatino

Nell’autunno del 2001, all’inizio di un volume che aveva la stessa forma e dimensioni del catalogo Ikea, la Guida di orientamento e programmi dei corsi 2001-2002 della Facoltà  di scienze della formazione di Torino, si poteva leggere quanto segue: «Gli studenti sono i nostri clienti: hanno sempre ragione (anche quando non ce l’hanno)». E si prospettavano i vantaggi della riforma in corso: «Quando si dice “180 crediti” non bisogna pensare all’equivalente di 18 vecchi esami, ma a qualcosa di francamente meno. Intanto perché la compilazione della tesi di laurea vale 10 crediti, mentre prima erano previsti 20-21 esami, oltre alla tesi. Ma soprattutto perché la vecchia tesi aveva un peso notevolissimo, e c’erano studenti con tutti gli esami sostenuti che non riuscivano a laurearsi. Con la laurea triennale la tesi ha una incidenza modesta: nella nostra Facoltà  è stato previsto un minimo di 50 cartelle dattiloscritte, che non è proprio una fatica improba».
Gli studenti rischiavano di trasformarsi in ciuchini nel paese dei balocchi? Può darsi, ma li avrebbe consolati un toga party. «Forse genitori e familiari saranno preoccupati per la perdita di una immagine forte, consegnata tradizionalmente alla pesantezza del volume di tesi rilegato, ma si potranno consolare con l’immagine fortissima della cerimonia di laurea che prevede, nella nostra Facoltà , la toga per tutti i docenti, e persino una toga particolare per i laureandi». Ma al di là  della commedia la sostanza era molto seria. Si leggeva infatti, sempre in quel testo: «L’Università  italiana è una università  di massa e deve avere laureati di massa. Non ha senso mettere in piedi una Università  di massa per produrre una élite di intellettuali. Proprio per evitare questo assurdo e questo spreco di denaro è stata realizzata la recente Riforma Universitaria».
Queste parole, per quanto iperboliche, esprimevano un sentimento condiviso da molti. Non si trattava di una invasione barbarica, ma di una scelta meditata e burocratica, ossia di una riforma, voluta dalla sinistra e attuata dalla destra tra la fine del secolo scorso e i primi anni del nuovo millennio. Diversamente da quella ora in votazione, la riforma non era subita dall’Università , ma fortemente voluta da molte sue componenti. Però allora come ora al centro della riforma erano i tagli, che nella fattispecie riguardavano i programmi d’esame. Prima della riforma, il programma del mio corso comprendeva, oltre alle dispense, due classici della filosofia, che presupponevano, del tutto naturalmente, un libro di commento ciascuno. Quindici anni dopo le mie pretese si sono molto abbassate. A un certo punto, ho preparato io stesso una antologia di centocinquanta pagine, in conformità  con le indicazioni che volevano che non si superassero certe proporzioni, un po’ come nelle quote latte dell’Unione Europea. Ma intanto i miei corsi si sono moltiplicati, creando un pittoresco spezzatino che è la delizia del bricoleur.
Come sempre, un cambiamento della lettera, cioè delle norme, ha trasformato radicalmente lo spirito, ossia ciò che ci si attende dall’università , come professori e come studenti. Lo studente si è trasformato in un inseguitore di crediti, in una corsa a ostacoli in cui il problema maggiore non è superare l’esame, ma ricordarsi che c’è evitando sovrapposizioni con altri esami. Il professore è diventato per definizione un ripetitore, per via della moltiplicazione dei corsi e per la scomparsa dei seminari, che erano al centro dell’insegnamento tradizionale delle facoltà  umanistiche, costituendo il corrispettivo dei laboratori nelle facoltà  scientifiche. Lo scopo della veterouniversità , nelle facoltà  umanistiche, ossia formare degli intellettuali, era indubbiamente velleitario, perché non tutti i laureati, e nemmeno tutti i professori, erano tali. Ma lo scopo della neouniversità  è stato, singolarmente, di impedire che si formassero degli intellettuali, anche qui riuscendoci solo in parte (perché continuano ad esserci delle persone intelligenti e curiose sulla faccia della terra, e dunque anche nelle università ) però applicandosi con un accanimento singolare.
Ora, dietro alla riforma c’erano indubbiamente dei motivi autentici, e anzitutto la necessità  di ammodernare una struttura antiquata. C’erano anche degli interessi corporativi, aumentare gli atenei, le facoltà , i corsi di laurea, cioè i posti. Ma c’era in più un presupposto culturale fin troppo sincero, lo schietto anti-intellettualismo, quello espresso, programmaticamente, nel testo che ho citato all’inizio di questo articolo. Davvero la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Nella fattispecie, taluni esponenti di una élite intellettuale (perché tali erano i partigiani della riforma, educati in una veterouniversità ) proponevano la fine delle élites intellettuali (perché tale era il significato ultimo della neouniversità ), senza domandarsi che cosa sarebbe venuto dopo. È un po’ come se a medicina si fossero messi in testa che produrre medici costava troppo, e che era più sensato produrre malati o, ben che vada, infermieri.
Al di là  degli interessi pratici, dunque, la riforma che si è abbattuta sulle facoltà  umanistiche, dove ha prodotto molti più danni che in quelle scientifiche, era la risoluta espressione di un equivoco culturale. E cioè dell’idea che si dovesse puntare sulla professionalizzazione di facoltà  che sono le meno professionalizzabili per definizione, come spiegava Kant nel Conflitto delle facoltà  contrapponendo le facoltà  di giurisprudenza, teologia e medicina, che preparano al lavoro, a quella di filosofia, che non ha ricadute immediate, benché possa nel tempo fornire prospettive anche migliori. Basta vedere ancora oggi quanti laureati in filosofia occupino posti chiave o abbiano rilevanza culturale al di fuori di qualunque ambito accademico o strettamente filosofico: famosi intellettuali, scrittori, direttori di giornali. Ma con la riforma si è seguito il percorso inverso, illudendo soprattutto i più deboli con il miraggio di mestieri forse desiderabili ma inesistenti, e discettando di “nuovi paradigmi”.
La morale è molto semplice. Un errore culturale e un insieme di convenienze pratiche hanno ridotto a mal partito l’università  – e, torno a dirlo, soprattutto le facoltà  umanistiche – molto prima che sulla scena comparisse questa ennesima riforma che ha al proprio centro i tagli, questa volta dei fondi invece che dei programmi. L’urgenza, ora, è difendere l’università  da questi nuovi tagli che farebbero precipitare la situazione. Ma subito dopo si tratterà  di porre rimedio agli equivoci, alle illusioni, alle ambizioni sbagliate che li hanno preceduti.


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