Marchionne scrive ai lavoratori “Scegliete: o dentro o fuori”

TORINO – «Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo. Ed è una sfida che o si vince tutti insieme o tutti insieme si perde». Parola di un italiano cresciuto all’estero e che ha avuto modo di conoscere da vicino «la realtà  che sta fuori dal nostro Paese» e ora vuole importarla in Fiat. Per fare anche qui come fanno altrove, recuperare efficienza, colmare il divario competitivo. Senza per questo cambiare in peggio le regole del gioco. «Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione italiana». Per uscire dall’angolo in cui l’aveva stretto il voto a sorpresa del referendum di Pomigliano, Sergio Marchionne ha scelto la strada, molto americana, del “messaggio” alla nazione Fiat.Lo ha fatto nel giorno della decisione dell’avvio dell’investimento da 700 milioni di euro che avrebbe voluto sottoscrivere con tutti i sindacati, compresa la Fiom, e invece si è dovuto accontentare degli “altri”, di Cisl e Uil, i cui segretari generali assieme ai vertici di categoria, ieri sono venuti a Torino per incontrarlo. Nel suo ufficio del Lingotto, Luigi Angeletti e Raffaele Bonanni hanno discusso con lui un’ora e mezza. L’ad della Fiat non doveva convincerli, semmai si è trattato di studiare assieme come andare avanti, evitando quello che un dirigente Fiat ha definito «il rischio dell’assalto dei pellerossa». Di questo hanno parlato, lasciando affiorare la comune speranza che la Fiom possa ripensarci. Con Marchionne che ricordava loro come tutti lo guardavano come un marziano quando ha annunciato la Panda a Pomigliano accettando una scommessa che Angeletti ha ammesso essere «al limite dell’azzardo e i cui contenuti non potranno non essere visti nel modo giusto quando l’accordo sarà  metabolizzato da tutti».
Marchionne sapeva benissimo che rinunciare a Pomigliano avrebbe voluto dire mettere in discussione tutto l’impianto della sua “Fabbrica Italia”, rivedere il piano strategico del 21 aprile e questo lui non lo voleva, non se lo poteva neppure permettere. Ecco perché non ha mai preso in seria considerazione l’ipotesi della newco e ha ventilato con cautela anche quella di lasciare la Panda in Polonia. Ha provato a convincere la Cgil più che la Fiom, anche tramite la mediazione della Cisl e della Uil, ma ha dovuto prendere atto che non c’era alcuna disponibilità . Nell’ultima settimana deve essere stato tentato anche dall’idea di bussare alle porte del governo, ma ha rinunciato per il timore di qualche controrichiesta e perché ha capito che per Palazzo Chigi in questo momento la questione Pomigliano è marginale.
Come dicono al Lingotto i suoi collaboratori, alla fine ha scelto «l’azzardo con chi ci sta». Ma non ha rinunciato all’idea di spiegarlo con la lettera indirizzata alle «persone alle quali si tiene veramente» e che ha ultimato ieri mattina poco prima dell’incontro, precisando subito che a scriverla non è stata «quell’entità  astratta che chiamano azienda e non come direbbe qualcuno il padrone». Lo ha fatto personalmente lui scegliendo «il modo più diretto e umano per dirvi come stanno realmente le cose». «Ci troviamo in una situazione molto delicata in cui dobbiamo decidere il nostro futuro», scrive l’ad del Lingotto, aggiungendo che non bisogna nascondersi «dietro il paravento della crisi» che ha reso solo più evidente la «drammatica debolezza della struttura industriale italiana» col rischio che «alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente – e senza colpa – le conseguenze».
Di qui la sua risposta con il progetto “Fabbrica Italia”, per invertire questa tendenza, «colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat ad un livello di efficienza indispensabile per garantire all’Italia una grande industria dell’auto. Non ci sono alternative». Per Marchionne non resta che la sfida. «Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilità  di cambiarle, anche se non ci piacciono. L’unica cosa che possiamo scegliere è se stare dentro o fuori dal gioco». Pomigliano sta in questa logica, non è contro le «regole» ma è «una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita».


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