Nella rete manager Asl e ex assessori “Sono il capitale sociale dei criminali”

Milano. È un’inchiesta giudiziaria, ma anche un documentario: il primo, completo e in gran parte inedito sull’incredibile vita di un’antica e sanguinaria tribù, sarcastica con le sue vittime, netta con qualunque interlocutore.

Questi «selvaggi» non vivono in foreste lontane, ma qua, a due passi da dove siamo, tra capannoni e industrie brianzoli, vanno a braccetto con la politica di sottogoverno e l’Expo, si muovono armati di revolver lungo le tangenziali. Parlano di «vangeli», trequartini, trascuranze, conte Agadino e conte Ugolino, citano la Santa, e si accaniscono per ore in discussioni sconcertanti, su questi e altri stranissimi vocaboli. «Siamo venti locali, abbiamo cinquecento persone», cioè cinquecento affiliati, ubbidienti, scaltri, violenti, maneggioni, senza scrupoli, così dicono tra loro, senza sapere di essere intercettati: ed è, in effetti, dall’epoca dei sequestri di persona, dagli anni Settanta, che queste cosche vengono «intercettate», che vengono censiti i loro assassini, sequestrati i loro milioni. Mai come questa volta, però. Mai.
È emersa in pieno «la Lombardia»: non il solito rosario di famiglie e faccende, ma una cupola, fatta di ‘ndrine e «locali», di strutture con capo e «mastro» delle cerimonie che sono state innestate al Nord, e sono in stretto contatto con «Il Crimine», il capo dei capi calabrese. Come ha mostrato ieri il nostro sito, tutti e ventidue i «capi» lombardi hanno approvato, per alzata di mano, il loro rappresentante supremo. Un brindisi alla sua salute, senza rendersi conto di essere inquadrati dalle camere: perché 64mila ore di video-riprese e un milione e cinquecentomila conversazioni ascoltate rendono questa indagine di Ilda Boccassini e Giuseppe Pignatone un «unicum». E viene così da pensare all’unico pentito della ‘ndrangheta al Nord, Saverio Morabito: «Questi paesani miei – disse a Repubblica quasi quindici anni fa – sono diventati commercianti di droga. Il criminale è sveglio perché deve vivere, il commerciante lo fotti perché vuole stare comodo».
Uno vecchio stile, sempre affaccendato e attento, è stato arrestato lo stesso. Si chiama Carlo Antonio Chiriaco, è il direttore generale della Asl di Pavia. Cammina sul filo del rasoio da una vita, ma si sente protetto, non raramente qualche pezzo da novanta si cura nel suo distretto, tanto che: «à‰ uscito un articolo sopra un giornale di merda. Diceva “Chi fa i ricoveri a Pavia? L’Asl. Chi presiede ai ricoveri presso gli ospedali? L’Asl. E chi è il direttore? Chiriaco, di cui sono noti i rapporti con il clan valle”. E mi hanno iscritto sul registro degli indagati». Ma a lui che importa?
S’interessa anche alle elezioni regionali nel dicembre dello scorso anno. Si preoccupa per l’arresto di Rosanna Gariboldi, consigliere provinciale finita in cella per riciclaggio, ma soprattutto moglie dell’onorevole pdl Giancarlo Abelli. Un uomo che, parlando con Pietro Trivi, assessore, il faccendiere Asl vede bene in un ruolo: Abelli «…deve fare l’assessore alle Infrastrutture – insiste Chiriaco – può fare il cazzo che vuole, poi lui ha la testa… ma nei prossimi cinque anni c’è l’Expo 2015 ma sai cosa c’è da fare nei prossimi cinque anni … proprio a livello di infrastrutture in Lombardia? à‰ l’assessorato più importante».
Emergono, pagina dopo pagina, le opacità  di vari politici. Come Antonio Oliviero, che stava a sinistra e passò al sostegno di Guido Podestà  (pdl). Come Emilio Santomauro, ex Udc. Come l’ex assessore regionale all’ambiente Massimo Ponzoni. L’ordinanza del gip parla dei politici come «parte del capitale sociale dell’organizzazione criminale». Più che alleati, sembrano nuotare nello stesso mare di favori, pressioni, poteri dati dalle conoscenze. La massoneria? Non manca, almeno a quanto racconta Pino Neri, considerato un boss dei boss in Lombardia.
Parla con un amico e dice: «La massoneria costa un sacco di soldi all’anno». Amico: «La massoneria però non è regolare?». Neri: «à‰ regolare, è una loggia segreta ma regolare.. .. L’ordine cavalleresco di Malta come quello di Cipro che tengo io, si chiama Ordine dei cavalieri di Cipro, detto della Spada e del silenzio».
L’idea del Pd milanese di organizzare una commissione comunale antimafia era stata spernacchiata (è il verbo migliore) dal centrodestra. Sorprende un po’ il sindaco Letizia Moratti, che ieri, in tarda sera, trova il modo d’intervenire, sostenendo di «tenere alta la guardia», sull’Expo, di garantire «la tracciabilità  dei flussi finanziari». Massì, forse parabola della Lombardia – intesa come regione, che finisce nelle grinfie sempre della Lombardia, intesa però come il nome che si è dato questa nuova ramificata ‘ndrangheta nordista – è interpretata meglio dal mondo degli imprenditori: inermi e indeboliti da vizi, paure, viltà , prudenze. Gli bruciano auto, capannoni, gli sparano nei bar. Vengono censiti dai detective «130 incendi dolosi a danni di strutture imprenditoriali e 70 episodi intimidatori con armi, munizioni ed esplosivi». Denunce? Macché: poco e niente, non è successo niente, non si sa chi sia stato.
Ivano Perego, 36 anni, uno degli arrestati, responsabile della società  di famiglia che costruisce strade e ci prova con appalti e scalate ad altre aziende, aveva un grande amico – così pensava – in Salvatore Strangio. Cioè uno che fa transazioni con la sorella di Pablo Escobar, narcos colombiano, e usava la ditta lombarda «del Perego» come se fosse sua. E se gli imprenditori non stanno al suo gioco? Strangio mica tergiversa: «Ci mettiamo una testa di capretto, di cane, qualche cosa gliela mettiamo là  che sputa sangue davanti alla porta, vedete che domani gli si drizzano i capelli, cominciamo con la croce, prepariamo una croce e la mettiamo davanti alla porta, insomma così», si dicono i calabresi.
Infatti, il direttore dell’azienda al mattino si sveglia e chiama Ivano Perego, 36 anni: «C’erano due sacchi d’immondizia con una croce di legno». Pugliese di Gioia del Colle, il direttore continua a non capire e allora Strangio dice ai suoi fidati uomini: «La soluzione è prenderlo lassù, alla Perego, metterlo nel cofano della macchina, togliergli il telefonino e portarlo in una campagna, appenderlo e lì ci devo essere io, ad aspettarlo ad appenderlo con i piedi all’insù e la testa sotto, e lasciarlo appeso». Appeso: come tanti imprenditori, appeso come tanti politici alle parole di un boss, uno dell’Aspromonte che ormai ritiene Milano «cosa sua».


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