Non sono terroristi, ma vengono espulsi lo stesso

MILANO Assolti dal tribunale, dieci tunisini stanno per essere rispediti in patria: dove rischiano la prigione e la tortura

Carlo Lania - il manifesto Sergio Segio • 10/7/2010 • Diritti umani & Discriminazioni • 207 Viste

Assolti dall’accusa di essere dei terroristi internazionali, invece di essere scarcerati sono stati trasportati in un Centro di identificazione per essere espulsi verso la Tunisia dove rischiano di essere di nuovo imprigionati e torturati. Per dieci detenuti islamici, in gran parte tunisini, la gioia di essere stati prosciolti dalle pesanti accuse mosse contro di loro dalla procura di Milano è durata poco. Giusto il tempo di tornare nel carcere di Asti dove erano detenuti e capire che, anziché essere rimessi in libertà , sarebbero stati portati in questura per un provvedimento di espulsione. La motivazione: il loro permesso di soggiorno è scaduto, cosa più che naturale dopo 2 anni e 8 mesi trascorsi in prigione e dopo che il rinnovo gli era stato negato perché accusati di far parte di un presunto gruppo di terroristi internazionali. «Sono rimasti senza parole, non si aspettavano certo di passare da un carcere all’altro», spiega il loro difensore, l’avvocato Vaimer Burani. Quattro di loro sono stati portati nel Cie di Torino, uno in quello di Bologna, mentre i rimanenti cinque sono stati divisi in altri centri del Paese. «Alcuni di loro vorrebbero anche lasciare l’Italia ma non possono farlo proprio a causa del provvedimento di espulsione – dice Burani che ieri ha visitato i quattro tunisini rinchiusi nei Cie di Torino -. Il rischio è che una volta trasportati in Tunisia vengono sottoposti a torture, magari perché considerati oppositori del regime tunisino. E questo avviene nonostante una sentenza della corte di Cassazione che, recentemente, ha vietato le espulsioni verso la Tunisia proprio per le torture a cui vengono sistematicamente sottoposti i prigionieri».
Il processo a cui i dieci immigrati erano sottoposti si è concluso giovedì a Milano con la condanna di 15 dei 25 imputati a pene variabili tra i sei mesi e gli otto anni e sei mesi. Il gruppo, formato da tunisini, algerini e marocchini, era accusato di aver dato vita a un’organizzazione il cui compito era quello di reclutare persone disposte a essere impiegate come martiri o attentatori in Iraq e Afghanistan. L’organizzazione aveva la sua base a Milano e l’opera di proselitismo sarebbe avvenuta anche in alcune moschee della città . Secondo il pm Nicola Piacente e il sostituto procuratore Armando Spataro, titolari delle indagini, il gruppo faceva entrare extracomunitari in Italia in cambio di denaro utilizzato per finanziare progetti terroristici «in un quadro di jihad globale».
Imputazioni che sono cadute per dieci dei venticinque imputati che però, anziché essere scarcerati, sono stati rinchiusi nei centri di identificazione e espulsione. Con di fronte la prospettiva di essere rispediti in patria. Il 28 aprile una sentenza della Cassazione (la n.20514) ha ribadito la necessità  di non mettere in atto espulsioni verso la Tunisia «un paese – hanno scritto i giudici – che secondo quanto ritenuto dalla Corte di Strasburgo, non offre garanzia di rispetto dei diritti umani fondamentali».

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