SECONDA REPUBBLICA. Titoli di coda

Espulso il cofondatore di allora (e già  allora reticente), il premier si sentirà  pure liberato da un peso, «come con Veronica»; eppure proprio da Veronica avrebbe dovuto imparare che dopo la liberazione da certi pesi, la leggerezza dell’essere diventa insostenibile. Senza il peso di Fini, Berlusconi non è più leggero: è finito, o se sopravviverà  sarà  comunque un altro Berlusconi, residuale a se stesso. Non perché gli venga a mancare un socio di grande statura: sulla statura di Fini in troppi stanno esagerando, a destra e soprattutto a sinistra. Né perché il Pdl resta monco: i partiti liquidi, cioè inesistenti, sopportano queste e altre emorragie. E nemmeno solo perché il governo è ormai virtualmente in crisi, appeso al filo ora di Fini stesso, il traditore, ora di Bossi e di Tremonti, pronti a tradire a loro volta. Ma perché la rottura con Fini scrive i titoli di coda sul progetto strategico della “nuova destra” italiana nata nel ’94, del bipolarismo e di quella che è stata chiamata (arbitrariamente) Seconda Repubblica. La crisi non è di partito o di governo, è di sistema. 

L’alleanza spiazzante siglata diciassette anni fa («Se votassi a Roma, fra Fini e Rutelli sceglierei Fini», fu il biglietto da visita del Cavaliere alle comunali del ’93) aveva due facce, una rivolta al passato l’altra al futuro. Per il passato, si trattava di sdoganare gli ex-fascisti aprendo la porta allo sfondamento revisionista della storia politica nazionale. Per il futuro, si trattava di oltrepassare quella storia riscrivendo il patto costituzionale e approdando effettivamente a una Seconda Repubblica. Per quanto oggi ci si possa divertire a sfogliare l’album del rapporto da sempre difficile fra due leader così diversi come Berlusconi e Fini, e per quanto si possa fare dell’ultimo Fini un baluardo della legalità  costituzionale, non va dimenticato che il progetto di radicale riscrittura della Costituzione in senso presidenzialista, plebiscitario e federale è stato per quindici anni il vero e unico collante di una destra tricipite, fatta da tre componenti – An, Lega, Fi – rispettivamente extra, anti e post costituzionali, per altri versi incomponibili se non incompatibili. Su quel collante si è consolidato il bipolarismo italiano, e grazie a quel collante la transizione italiana avrebbe dovuto prima o poi compiersi come “rivoluzione” berlusconiana. 
Sul lungo periodo, quel collante non ha retto. La costituzionalizzazione di Fini – che non si esaurisce con le sue proclamazione di oggi su legalità , garantismo e impunità : chi si ricorda di Genova 2001? – lascia più isolata e più inasprita l’anomalia di Berlusconi. Il quale verosimilmente punterà  ancora, nei pochi mesi che ha davanti, a rinverdire il proprio progetto eversivo premendo l’acceleratore sulla giustizia e sul federalismo, contando (troppo) sul solo Bossi oltre che sulla propria onnipotenza ferita, tentando l’affondo elettorale se i sondaggi su Vendola, che ha già  commissionato non senza preoccupazione, glielo consentiranno. Resta sul campo lo scheletro di un bipolarismo forzoso e ormai svuotato, e il compito interminabile di ridisegnare il sistema politico italiano a destra e a sinistra, e possibilmente con una sinistra non a rimorchio della destra com’è stata per vent’anni. Per questo non basterà  la continuità  istituzionale di cui si fa garante Napolitano, né la disponibilità  a una soluzione di transizione o di emergenza di cui si fa promotore Bersani, né la delega a una pur necessaria riscrittura delle regole elettorali. Ci vorrà  la convinzione che una stagione si è chiusa davvero, non solo per il Pdl, e che i titoli di coda chiamano l’opposizione, non solo Gianfranco Fini, a uscire dalla passività  della rendita di posizione garantita dall’incantesimo del Cavaliere.


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