Una sola voce solidale: «non saremo schiavi»

POMIGLIANO D’ARCO. «A Melfi noi siamo già  stati vittima di un accordo separato, solo la Fiom non ha firmato, Uilm e Fim invece ci hanno venduto; siamo diventati una newco, poi sono state licenziate 82 persone su 173, naturalmente tutta la Fiom è stata messa fuori, ma tra noi c’erano anche tanti padri di famiglia». Laura viene dalla Lasme, quell’indotto della fabbrica Fiat modello della Lucania e del Sud, che nel nome della crisi viene smantellato pezzo pezzo e delocalizzato. Si emoziona quando parla della perdita del bene più prezioso, il lavoro, perde il filo, tira il fiato e ricomincia: «Noi siamo decisi a non arrenderci e sosteniamo Pomigliano, perché la loro battaglia è la nostra».
Nel cinema Gloria è uno scroscio di applausi, il caldo avvinghia la sala, ma non si arrenderanno certo davanti a un po’ di sudore. In più di 800 sono arrivati da tutta Italia, per portare solidarietà  a questi operai, che se non vengono definiti eroi, sono comunque motivo di orgoglio della categoria. «Noi a Termini Imerese dovremmo avere un minimo di questo coraggio, quei 1.800 no mi hanno fatto sentire orgoglioso di appartenere a questa organizzazione sindacale, l’unica che ancora difende i diritti degli operai». Azzaro, il giorno dopo il risultato del referendum, è andato in fabbrica con la maglietta della Fiom, in quello stabilimento che secondo i piani Fiat dovrebbe chiudere.
Le mura della sala sono tappezzate di striscioni solidali, «Siamo tutti di Pomigliano», «A occhio e croce con il 39% la Fiom … tiene le palle»; alcuni anche ironici: «Senza cuore saremmo solo Marchionne». In platea si ascolta e si commenta. Michele è seduto sulla scalinata perché le poltrone sono tutte occupate; arriva da Taranto lavora all’Ilva, l’acciaieria che dopo tante crisi ora è passata da 6 mila a mille cassaintegrati su 12 mila dipendenti: «La Fiat ha sempre fatto storia per le condizioni di lavoro in tutto il paese, noi siamo con questi operai che non hanno avuto scelta, tra pistola o cianuro, ma hanno dimostrato spalle larghe».
Dalle fabbriche più piccole alle multinazionali, i lavoratori hanno gli occhi puntati su Pomigliano. Per Davide della Caterpillar di Iesi (Ancona) «quello dei padroni è un atteggiamento illegittimo e inaccettabile, un’arroganza che si vuole portare anche nei luoghi più stretti». Mauro Sciascia lavora alla Logos Spa di Bari, fa manutenzione per la meccanizzazione dei servizi postali; spiega il terrore di vivere da precario, con le commesse in subappalto a Finmeccanica e ritiene il testo di accordo della Fiat «uno scandalo, una deroga a tutti i principi costituzionali». Tra i delegati anche Enzo Polimoro, della Fnsi Campania, in partenza per Roma dove parteciperà  alla manifestazione contro la legge bavaglio; sale sul palco e prende parola subito dopo il segretario Maurizio Landini: «Sembra di essere a un’assemblea di 100 anni fa, siamo tornati indietro nel tempo, perché oggi vengono messi in discussione diritti acquisiti da un pezzo». Polimoro ha quindi paragonato i giornalisti agli operai: «con la differenza che molti di noi sono costretti a chinare il capo pur lavorando gratis, ma quello dell’editoria è e resta un mondo finanziato con fondi pubblici. E allora dico giù le mani dai lavoratori dipendenti».
Il microfono passa a una delegazione di migranti ormai famosi, quelli di Rosarno; Abdullah Suleiman e Abdullaj Takiari, originari del Mali. Non parlano bene italiano, così a fargli da portavoce ci pensa Kebe Amadou, che racconta la storia di chi pensava di avere in Italia un futuro migliore e invece si ritrova schiavo. «Lavorano 14 ore per 25 euro – dice Amadou – ma a volte i soldi nemmeno li hanno. Il governo gli aveva promesso un lavoro. I rifugiati nel Lazio stanno ancora aspettando e intanto sono tornati nei campi di Puglia e Campania. Loro hanno avuto il coraggio di dire no in Calabria, per questo sono vicini ai lavoratori di Pomigliano che hanno detto no all’accordo senza tutele». Molti operai sono in piedi, gli applausi, le strette di mano, gli abbracci sono scambiati sotto quello striscione con le catene che i braccianti di Rosarno guardano alzando la testa: «A lavoro, a scuola, a casa, senza diritti si è solo schiavi».


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