Veleni di Basilicata. Dossier dei radicali sull’inquinamento

«La Basilicata è stata avvelenata dalla malapolitica», s’intitola così la denuncia spietata e dettagliata contenuta nella relazione del radicale lucano Maurizio Bolognetti, un compendio che fa inorridire per come viene trattato il nostro territorio nel disprezzo di ogni tutela ambientale. Un dossier dove si parla di pesci che galleggiano a pancia all’aria in acque torbide, dell’innalzamento del numero di tumori, di scorie radioattive mai messe in sicurezza, di ecomafie che in questo Sud fanno affari d’oro sullo smaltimento illecito di rifiuti pericolosi. Dalla Trisaia di Rotondella, dove giacciono 2,7 tonnellate di rifiuti radioattivi ad alta attività  stoccati dalla Sogin, alla Val d’Agri, con ben 55 pozzi di petrolio in produzione esentati da 12 anni dai controlli, la Basilicata, con le sue terre meravigliose, il suo mare e le riserve idriche che danno da bere a due regioni, è stata lasciata, secondo questa corposa relazione, a sé stessa, preda di speculazioni che avvelenano terre e abitanti. Dopo la vittoria di Scanzano i riflettori si sono spenti, invece in regione è successo di tutto. Dalla mancata bonifica del sito di Tito Scalo, con la vasca fosfogessi e il suo carico di veleni, all’inceneritore la Fenice che da due anni e mezzo immette mercurio e altre sostanze cancerogene nel fiume Ofanto nel totale silenzio dell’Arpab, l’ente di controllo ambientale, nonché delle istituzioni. Bolognetti ha condotto analisi autonome sulle acque del Pertusillo, di Monte Cutugno, della Camastra e di Savoia Lucania, bacini che riforniscono di acqua potabile la Basilicata, che hanno mostrato la presenza di colibatteri fecali (dovuta a cattivo funzionamento dei depuratori) e di origine chimica per la presenza di bario e boro (dovuta probabilmente alle perforazioni petrolifere).

Pochi rifiuti, solo discariche 
La Basilicata è la regione con la più bassa produzione di rifiuti, ma non si riesce a far decollare la raccolta differenziata. L’80% dell’immondizia va in discarica e il 20% viene incenerito, addirittura in un impianto tra i più grandi d’Europa. Eppure le discariche, sempre secondo il rapporto dei radicali, comportano ingenti danni all’ambiente. Come a Tricarico (Mt) dove il Noe lo scorso 30 aprile ha accertato la presenza di rifiuti pericolosi di una conceria di Avellino, o a Ferrandina (Mt) dove in seguito a una frana i percolati mescolati alle argille hanno creato un mix di melme tossiche finite nelle falde, eppure diversi studi di geologi avevano avvertito sull’instabilità  del luogo. E ancora, nell’aprile 2009 la forestale denuncia l’inquinamento di numerosi corsi d’acqua che avevano raggiunto la diga di Montecotugno, uno dei bacini idrici più importanti d’Europa. Le cause vanno ricercate anche questa volta nel percolato fuoriuscito da una altro sito abbandonato quello di Senise. Ma, come è accaduto in Campania, il problema è chi ci guadagna, perché il business dei rifiuti è da sempre redditizio. Uno dei capitoli più interessanti riguarda il fallimento dell’Alesia, una società  a capitale misto (parte pubblico e parte privato) che ha avuto vita solo per 10anni ed «è stata semplicemente un contenitore clientelare a disposizione del ceto partitocratico». Dalla storia di questa società  si comprenderebbe come manchi la volontà  di arrivare a un ciclo virtuoso dei rifiuti, perché come spesso accade conviene lasciare tutto com’è. Il titolare della Econergy srl, parlando del fallimento di Alesia, ha infatti accusato il pubblico, affermando che «esponenti politici locali» avrebbero socializzato i costi caricandoli sulla società  mista e privatizzato gli utili a favore della ditta che da dieci anni gestisce la discarica di Lauria (Pz). I sospetti di Bolognetti si concentrano dunque su un particolare curioso: «Dalla lettura della visura camerale storica dell’Alesia srl – scrive – apprendiamo che nel 2006 la Bioeco srl, società  in liquidazione, cede le sue quote alla Ecoenergy srl. Bioeco ed Ecoenergy hanno entrambe la loro sede sociale a Potenza in via dell’Edilizia. La Bioeco, in base alle ipotesi formulate dagli inquirenti, risulta coinvolta nello smaltimento dei fanghi stoccati nella vasca fosfogessi di Tito Scalo». Bolognetti quindi scrive di appalti dubbi, trasporti, discariche, finti impianti a biomasse, consulenze, presidenze, consigli di amministrazione e partecipate che secondo lui «servono a fare affari e a moltiplicare clientele». 
L’inceneritore Fenice
È strano che in una regione così piccola sia stato messo in piedi un mega-inceneritore, il più grande d’Europa. Eppure è così. Costruito dalla francese Edf, nella zona di Melfi è in funzione dal 2000 e tratta 65mila tonnellate all’anno di rifiuti urbani e industriali. Ma da almeno due anni e mezzo immette veleno nel fiume Ofanto. Il 3 agosto del 2009 l’Edf si è unita in una joint venture con l’Enel per realizzare gli studi di fattibilità  che dovrebbero portare alla costruzione di almeno quattro centrali nucleari nel paese, secondo il progetto sottoscritto dal governo di centrodestra.
«Fenice-Edf – scrive però Bolognetti – si traduce in Basilicata con inquinamento delle falde acquifere. Infatti da almeno 30 mesi l’inceneritore Fenice inquina la falda acquifera del fiume Ofanto con mercurio e alifati clorurati cancerogeni. Da mesi i cittadini lucani attendono risposte dalla Procura della Repubblica di Melfi. A settembre del 2009 ho presentato un esposto indirizzato alla Procura della Repubblica di Potenza, ipotizzando l’omissione di atti d’ufficio a carico di alcuni dirigenti dell’Arpab. Ad oggi non ho ricevuto risposta alcuna». L’inquinamento d’altra parte è accertato, la stessa Arpab, autorità  di controllo ambientale regionale ha ammesso di essere a conoscenza dell’inquinamento causato dall’inceneritore, ma di non averlo denunciato. Un fatto gravissimo, ma che il direttore dell’Agenzia ha spiegato in più occasioni con totale naturalezza: «L’Arpab non era tenuta ad informare le istituzioni entro tempi determinati. Se l’avessimo detto prima a cosa sarebbe servito? A creare allarmismo». E il coordinatore provinciale Bruno Bove è, se possibile, ancor più disarmante: «Già  dal marzo del 2008 eravamo a conoscenza dei livelli preoccupanti di mercurio nella falda, ma non spettava al nostro ente lanciare l’allarme. Per legge è Fenice a dover comunicare entro 24 ore il superamento della soglia».


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