Vienna, la città  del “Terzo uomo” capitale di intrighi e agenti segreti

Pure le spie non sono più quelle di una volta. All’aeroporto di Vienna, in novanta minuti Washington e Mosca si sono scambiate le rispettive spie. Un Boeing americano ha scaricato dieci agenti sovietici, sulla stessa pista accanto si è fermato un altro aereo fuori programma, proveniente da Mosca. Il passaggio degli agenti da una all’altra parte non si vedeva, perché coperto dalle fiancate degli aerei. Nel trasbordo le quattordici spie non sono entrate nel territorio austriaco e tecnicamente avrebbero potuto addirittura non toccare la terra dello scalo del paese neutrale.

I dieci funzionari sovietici graziati dall’America, pescati qualche settimana fa, hanno subito ammesso le colpe. Naturalizzati americani, piccola borghesia e di poche scuola da spioni, scrivevano i loro messaggi con l’inchiostro invisibile, mandavano notizie con la posta elettronica, c’era di mezzo qualche storia d’amore e cambio illegale delle valute, sempre poca roba. E nulla di serio. Il tribunale li ha definito agenti non registrati per un paese straniero. Una prolungata permanenza nella prigione non avrebbe portato alcun vantaggio per la sicurezza nazionale: era tuttavia importante smantellare la rete. Alcuni esperti di spie in America, già  legati al Kgb, mettono in ridicolo la decina, un divertimento da scuola elementare e senza alcuna relazione con il lavoro di intelligence che loro avrebbero svolto. Sarebbero dei semplici collaboratori delle compagnie petrolifere per controllare i percorsi.
Ben più complessa è la vicenda dei quattro ex agenti sovietici espulsi dalla Russia. Lo scienziato Sutuyagin finì in carcere nel 2004 per lo spionaggio a favore della Cia. L’ex agente sovietico Skripal pare informasse invece gli inglesi, e con lui anche Zaporozhsky (dal 2003) e Vasilenko (dal 2006). Sono stati graziati dal presidente Medvedev.
Le due parti hanno voluto chiudere presto questa storia per non turbare i rapporti, comunicano da Mosca, ma non si capisce perché hanno dato alla vicenda tutta questa pubblicità , quando in altre occasioni tutto è andato liscio, soprattutto in altre capitali senza valenze simboliche. Vienna gode la fama di un nido di spie quasi da sempre. Capitale di un impero multinazionale, poi occupata dalle quattro potenze dopo il 1945, fino a scenario di un film che tutto il mondo ha visto, il Terzo uomo. Si calcola che ancora oggi di questo mestiere vivono migliaia di persone, solo che il contenuto del loro impegno è diverso. Si tratta di capire i problemi economici e il ruolo degli organismi internazionali. Più che dell’occhio di lince serve la capacità  di leggere il computer. I quattro agenti spediti in esilio da Mosca hanno sempre sostenuto di aver operato solo su materiali non segreti e dunque accessibili a ogni hacker.
Gli scambi delle spie erano più eleganti a Berlino e dato il numero di agenti catturati si trattava di un operazione spesso ripetuta. Il proscenio era sempre il ponte in ferro di Glienecke; per dare un tocco di dramma gli scambi avvenivano di notte e sul fiume la nebbia rendeva difficile il riconoscimento. Si sentiva in lontananza un segnale acustico. Dalla parte occidentale i condannati facevano un primo passo in avanti sul ponte e con loro i guardiani. Dall’altra parte un gruppo di uomini rispondeva nella stessa maniera. Passo per passo dall’occidente e dall’est. L’incontro avveniva al centro. I diplomatici e i poliziotti restavano immobili, i due gruppi rompevano la disciplina e si buttavano in avanti. Verso la famiglia, gli amici, l’ambasciatore in persona che dava l’idea finale di un happy end dopo anni di nervi tesi, trappole, prigionia. Dalla parte della Repubblica democratica tedesca di solito stavano un poco in ombra, Misha Worlf, noto dai romanzi di John Le Carre (lo chiamava Karla) e un uomo più anziano, di bassa statura, a suo modo elegante, capo del KGB, Krjuckov. Di Wolf non esistevano fotografie, era l’uomo senza volto, rintracciabile solo in un gruppo dirigenti, ma gli ingrandimenti non permettevano di decifrarlo meglio. Lo conosceva solo Hellenbroich, capo dei servivi segreti della Germania dell’ovest, il quale aveva con Wolf un accordo: lo lasciava passare attraverso il territorio della Ddr per andare in Svezia a un incontro d’amore. Hellenroich mi ha detto di essere stato molto tarchiato dagli americani per vedere la foto, ma evidentemente i tedeschi si sono comportati come il Barone Rosso, il pilota della prima guerra mondiale e di Snoopy; giostravano con le maniere dei tempi passati. Gli americani avevano proposto allora di comunicare alla moglie di Wolf, una splendida attrice brechtiana, del tradimento del marito, ma non si è fatto nemmeno questo, raccontò la stessa signora, dopo la caduta dei muri si poteva tranquillamente frequentarli. Gruppi turistici si fermavano davanti alla villa di Wolf per fotografare la spia più celebre del mondo. Gli avevano preso una solo stelletta e si firmava sempre General Leutnant Mihael Wolf.
Altri tempi. Al confronto, lo scambio degli agenti venti anni dopo la fine della Guerra fredda sembra davvero una storia di poveracci.


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